Un momento del dibattito di ieri a Perugia (foto U24)

di Daniele Bovi

E’ un «manuale di resistenza civile» I soldi dei partiti, il libro di Elio Veltri e Francesco Paola presentato sabato pomeriggio al teatro Pavone di Perugia. Un viaggio in quella che è una delle più grandi anomalie, se non la più grande, del sistema politico italiano: un sistema fatto di partiti formalmente entità private ma che ricevono (copiosi) finanziamenti pubblici mascherati da rimborsi elettorali. «La malversazione intorno ai soldi della politica – conclude Paola di fronte alla platea del Pavone – è la più grave forma di corruzione politica perché attenta alla tenuta stessa della democrazia contribuendo a creare bande che occupano gli spazi pubblici». Quello di Veltri e Paola è un libro, intorno al quale hanno discusso il professor Alessandro Campi, il sindaco di Perugia Wladimiro Boccali, il procuratore capo di Forlì (per anni a Perugia) Sergio Sottani, l’avvocato Libero Mancuso e Francesco Paola, che «vuole erigere – spiega Paola – barriere contro l’antipolitica offrendo alla politica e a chi la fa strumenti di comprensione».

L’anomalia Partendo dall’assunto che senza partiti non c’è democrazia prima di tutto bisogna capire l’anomalia, l’anomalia dei partiti che dopo l’abolizione del finanziamento pubblico si sono inventati, per sostituirlo, il rimborso elettorale: «Anche in Inghilterra – spiega Campi – i partiti sono associazioni private ma non ricevono fondi pubblici. La nostra è una forma non più adeguata ai tempi». Quello che serve è una legge organica che garantisca pubblicità, trasparenza e controlli dando piena attuazione, secondo Campi, all’articolo 49 della Costituzione. «L’attuale degenerazione – sostiene Paola – non è frutto del caso, basta osservare gli eventi: negli anni del bipolarismo muscolare e del mito della governabilità abbiamo avuto meno controlli e più soldi ai partiti. E questo non è frutto del caso: gruppi politici oligarchici si sono autovotati centinaia di milioni di rimborsi, hanno nominato parlamentari e poi persone negli enti pubblici. Il vero tabù di questi anni è il finanziamento della politica, e magari chi è stato nominato questo tabù non lo doveva infrangere».

Soldi e politica Il legame tra politica e soldi può anche, poi, saldarsi grazie alla corruzione: «Nel 1993 – osserva Sergio Sottani – Bettino Craxi in parlamento disse che tutto il sistema di finanziamento era illegale: quel nodo non è mai stato sciolto». Il sistema dei rimborsi, secondo il procuratore, «non è lontano dalla corruzione: penso alla “rozza” bustarella oppure ai soldi per i giornali di partito o all’occupazione delle banche. A proposito, è giusto occupare così le istituzioni che gestiscono un settore fondamentale come quello del credito? E’ giusta questa pervasività della politica?». La domanda è retorica e la risposta scontata ma tant’è: «Ricordiamoci – ammonisce il procuratore – che più la tensione morale diminuisce e più i partiti diventano costosi». Sottani sottolinea poi come in questi anni si sia ridotto il controllo giudiziario anche perché «se è vero che la corruzione esiste pure negli altri Paesi, là la scoprono mentre qui si è fatto di tutto per coprirla». Molta responsabilità sta anche in capo alle classi dirigenti dei partiti: «Spesso si dice – conclude il procuratore – che per giudicare qualcuno colpevole bisogna aspettare la Cassazione. Ma se dopo aver invitato a cena qualcuno spariscono argenteria e gioielli, c’è bisogno della Cassazione per non invitarlo più a cena?».

Fallimento culturale I problemi sono poi anche di ordine culturale. Secondo Campi dietro i partiti creati nella cosiddetta Seconda repubblica, «c’è il vuoto pneumatico. Nella Prima erano, tutti, espressioni di famiglie culturali e piccoli o grandi avevano una storia antica». Oggi invece «non esiste un progetto culturale ma solo aggregazioni di interessi e consorterie sul modello dell’antica Grecia o dei romani. Il vero fallimento della Seconda repubblica sta nella mancata nascita di progettualità culturali capaci di innervare i nuovi partiti. E’ questa la sfida che abbiamo di fronte nei prossimi anni». Dalla sua Boccali, oltre a dirsi d’accordo sull’urgenza di una legge organica ammette «il fallimento del Pd nel darsi un profilo culturale: era questa la questione centrale. Meglio abbiamo fatto sul tema della trasparenza del nostro bilancio, e questo al Pd va dato atto. Ora però non cavalchiamo l’onda dell’emotività che grandi fortune al nostro Paese non l’ha date e cerchiamo di rifondare le famiglie politiche».

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