di Dan.Bo.
La storia politica di Luigi Lusi, o almeno quella «democratica», è finita lunedì pomeriggio quando la commissione di garanzia del Pd ha espulso l’ormai ex tesoriere della Margherita che ha ammesso di aver sottratto 13 milioni dalle casse del partito. Quella giudiziaria invece continua ed ha segnato un passo avanti sempre nella giornata di lunedì, quando di fronte ai pm romani che stanno conducendo l’indagine i revisori dei conti, gli stessi che nel giugno scorso firmarono la «Relazione del collegio dei revisori» che accompagna ogni bilancio, hanno dichiarato di aver scoperto «una serie di artifici contabili. Dei fagioli fatti passare per patate. Per noi le cose che non vanno sono iniziate nel 2007». Cinque anni senza che nessuno si accorgesse di nulla.
Un’altra verità Gaetano Troina, Giovanni Castellani e Mauro Cicchelli di fronte ai pm che accusano Lusi di appropriazione indebita aggravata hanno spiegato quello che ai più in questi giorni era parso abbastanza chiaro: «Dietro a certe cifre c’era un’altra verità». Un’altra verità che ha ingannato, secondo quanto riferito in queste ore dai diretti interessati, gli stessi vertici del defunto partito ossia Francesco Rutelli, tutt’ora presidente, Enzo Bianco, presidente dell’assemblea federale e l’onorevole umbro Gianpiero Bocci, presidente del comitato di tesoreria. I tre in una nota congiunta hanno commentato il passaggio in procura dei tre revisori come «una pagina molto positiva».
Fagioli e patate Nel palazzo di giustizia i revisori hanno depositato la documentazione da loro riesaminata spiegando poi che quando è esploso il caso Lusi «siamo saltati sulla sedia, perché abbiamo capito di esser stati tratti in inganno. Anche se va tenuto presente che non abbiamo le funzioni ispettive di un collegio dei sindaci di una società. Come revisori, controllavano la destinazione dei contributi per i rimborsi elettorali, non vedevamo le spese conclusive». Come mai i tre non si sono mai accorti del drenaggio che veniva fatto dalle casse del partito-zombie, una formazione politica morta che spendeva come una viva e in gran forma? «Dovevamo seguire il corretto accreditamento dei contributi elettorali. La società TTT (quella usata da Lusi, ndr) non era mica evidenziata. Non potevamo capire prima se ad una indicazione corrispondeva una cifra che è poi tutt’altra. Lo ripetiamo, lì sopra c’erano scritti fagioli ed invece erano patate». A far emergere ora quelle che i tre chiamano «spese camuffate» è stato un più approfondito esame della movimentazione e delle uscite che dalla sola rendicontazione non era possibile accertare.
La Margherita: bene così I risultati dell’indagine dei tre commercialisti erano stati consegnati domenica a Rutelli, Bianco e Bocci. Documenti che «fanno luce – dicono i tre – sulle tecniche di artificio e occultamento, una vera e propria contabilità parallela. Abbiamo quindi chiesto loro di trasmettere subito tutti i copiosi documenti ai pm Caperna e Pesci, ai quali va dato atto della tempestività con cui hanno sentito il collegio dei revisori. Ci pare importante l’accertamento inequivocabile degli ammanchi nell’arco di cinque anni (2007-2011). Proseguiremo con gli accertamenti interni». Sullo sfondo rimangono quindi l’indagine della procura romana, gli interrogativi su come sia potuto accadere un caso del genere e il vero nodo politico, ossia il finanziamento pubblico dei partiti.
Decisione non appellabile Luigi Berlinguer, presidente della commissione dei garanti, spende parole rassicuranti dopo aver sottolineato che il giudizio contro Lusi non è appellabile: «Decisioni come quella di oggi sono dolorose perché riguardano una patologia. Noi, però, abbiamo gli anticorpi». Rosy Bindi parla di una «decisione giusta, coerente con i principi che ispirano il nostro partito», e chiede che con uguale determinazione e tempestività» si metta mano ad una «legge-quadro che regoli la vita dei partiti, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, e che preveda nuove norme sul finanziamento pubblico». «Se c’è in corso un confronto sulla legge elettorale, spiega, vuol dore che esistono le condizioni per fare anche questa riforma».

