Nel corso della direzione pd l'analisi del voto del 15-16 maggio

di Daniele Bovi

Al centro della lunga prima parte della direzione Pd di sabato mattina non c’è solo il dibattito intorno alle possibili dimissioni del presidente del Consiglio Eros Brega. Smaltita la sbornia delle amministrative e dei referendum, in casa democratica si prova a ragionare a bocce ferme sui risultati dei due recenti appuntamenti elettorali. A fare capolino in direzione è un certo allarme sull’erosione dell’area di consenso del partito e, come osservato nelle ultime settimane anche da autorevoli commentatori, l’atteggiamento tenuto dal partito sui referendum. Referendum sui quali il Pd è stato per lunghi mesi freddo, salvo cavalcarli nelle ultime settimane e specialmente dopo le amministrative, ovvero quando la realtà si è incaricata di comunicare al gruppo dirigente democratico che il vento nella società italiana stava cambiando.

Bracco: divisi e litigiosi «Nella società italiana c’è stato un sommovimento. Molti di noi però – osserva impietosamente l’assessore regionale al Turismo Fabrizio Bracco – non hanno avuto consapevolezza di quello che stava accadendo. In passato poi non siamo stati né antinuclearisti né il partito dei cosiddetti beni comuni». Anzi. «In alcuni casi – prosegue – siamo stati proprio noi ad avviare le privatizzazioni». Temi che si intrecciano strettamente con quello del tipo di immagine che il partito comunica all’esterno: «Come ci vedono gli umbri? – si chiede Bracco – come un partito diviso e litigioso, ma non sui progetti e sulle idee bensì sull’occupazione delle poltrone. Dobbiamo tornare a rispondere alle esigenze dei cittadini».

Ferrante: occhio alle lobby In precedenza era stato Vincenzo Riommi a mettere sul tavolo della direzione il problema: «Non sempre – ha osservato l’ex assessore regionale alla Sanità – siamo riusciti a intercettare i movimenti che si sono messi in moto nella società». Di vittoria indiscutibile parla invece il senatore Francesco Ferrante, «anche se non abbiamo dimostrato – dice – la capacità di allargare il consenso verso il Pd. Occhio – ammonisce poi – a non ascoltare le sirene delle lobby che ci sono dentro e fuori di noi».

L’erosione del consenso A caldo, poche ore dopo il voto, l’ordinario di Statistica dell’Università di Perugia ed ex presidente della Regione Bruno Bracalente notò, nel corso di una videointervista a Umbria24.it, che l’area di consenso del centrosinistra si sta riducendo anche in Umbria. A freddo, 40 giorni dopo la chiusura delle urne, pubblicamente nel corso della direzione il tema viene posto: «Abbiamo perso voti – dice Pierluigi Castellani – anche dove abbiamo vinto: l’area di consenso si sta erodendo». Concetto ripreso poco dopo anche da Valerio Marinelli: «Si nota – spiega – un’erosione dei consensi e all’interno del nostro partito non mi scandalizza il fatto che ci siano delle correnti, ma che esse su tutto si basano tranne che sulle esigenze e i problemi dei cittadini». «Fino a qualche anno fa – ha commentato l’onorevole Walter Verini – il centrodestra governava un ventesimo degli umbri. Ora un quinto».

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