La «casa del parto» di Rovigo

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

I dossier, già da alcuni giorni, sono sul tavolo dell’assessorato regionale. Dentro i direttori delle aziende ospedaliere e sanitarie dell’Umbria hanno messo le proposte, ancora «informali», che riguardano i piani attuativi della riforma sanitaria. Tra i punti più delicati quello della chiusura di alcuni punti nascita. Come noto da mesi, l’idea della giunta Marini è quella di arrivare alla soppressione di due o tre strutture sulle undici attualmente operative. Un numero considerato eccessivo visto che dei circa ottomila bimbi che nascono attualmente nella regione, oltre il 50% viene alla luce a Perugia, Terni e Foligno. Fatte salve le zone geografiche più difficili da raggiungere (vedi ad esempio Branca), gli indizi sulle strutture da chiudere riguardano sempre Assisi e Narni. L’orizzonte a cui palazzo Donini guarda è quello del 2013: entro quella data la giunta, cercando il coinvolgimento dei territori vuole arrivare a una decisione.

Le case del parto In questo quadro la scorsa settimana a palazzo Donini s’è fatta strada un’idea, ancora embrionale ma della quale si è parlato. Quella, cioè, che riguarda le cosiddette «case del parto». Ben note in paesi con la Germania, mentre in Francia il Senato ha dato il via libera alla sperimentazione pochi giorni fa, in Italia strutture pubbliche di questo tipo sono presenti ad esempio in Veneto (a Rovigo) mentre la Puglia ha deciso da tempo di crearne una a Trani. Una «casa del parto» può essere una struttura pubblica, all’interno di un ospedale, gestita da ostetriche che prendono in carica le pazienti. Strutture che, vista la vicinanza con l’ospedale, garantiscono la sicurezza in caso di emergenza ma che si basano su una filosofia all’insegna di una de-medicalizzazione del parto. Insomma, un processo meno «asettico» e ospedaliero e più naturale, orientato al rapporto umano tra madre, padre e bimbo.

Il caso A Rovigo ad esempio le ostetriche seguono, guidano e consigliano la madre e il tutto, in un ambiente confortevole e meno ospedaliero anche nell’aspetto, è supervisionato da un medico ginecologo. In questi miniappartamenti sono presenti anche vasche per il parto in acqua e tutto il soggiorno è nel complesso più libero da vincoli ed orari rispetto al «tradizionale» ospedale. A Rovigo si entra già in fase di travaglio attivo, si seguono le linee guida per il «travaglio e il parto fisiologico», una volta nato il bimbo si ritardano tutte le procedure di routine (dal bagnetto alla misurazione del peso) per favorire il contatto con la madre che si occuperà di lui 24 ore su 24, con assistenza dell’ostetrica. Una struttura di questo tipo, in linea di principio potrebbe anche essere collocata  al di fuori di un complesso ospedaliero, anche se in questo caso sconterebbe il gap di non avere professionalità nella vicinanza in caso di emergenza.

Ipotesi Nell’ottica di riorganizzare i punti nascita, come ha in mente la giunta, non è chiaro se queste strutture, sempre che l’idea prenda corpo, sorgeranno fuori o dentro alcuni ospedali della regione. Per ipotesi si potrebbe anche non decidere per una chiusura totale, arrivando invece ad una sorta di conversione della struttura. La discussione però a palazzo Donini, come detto, è in una fase embrionale, nessuna decisione è stata presa. L’unica cosa certa, al momento, è la necessità di arrivare ad un riassetto dei punti nascita entro il 2013.

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