Un seggio elettorale in Umbria

di Dan. Bo.

Una commissione Statuto incartata su una riforma della legge elettorale regionale che, stando a quanto auspicato dal presidente del consiglio Eros Brega un anno fa, sarebbe dovuta arrivare a giugno, decide di ricorrere all’aiuto dei costituzionalisti. Nel corso della seduta di martedì infatti si è scelto di passare la palla agli esperti (c’è chi parla anche di un coinvolgimento del professor Roberto D’Alimonte) che dovranno esprimersi su alcuni punti controversi della proposta targata Pd, in special modo sul nodo del premio di maggioranza. La questione è dibattuta da settimane: nella proposta di legge si prevede l’assegnazione di 11 consiglieri su 20 a quella coalizione che prende meno del 40% dei voti; 12 con una percentuale tra il 40% e il 60% e 13 oltre questa soglia. Sul punto il dubbio di molti è legato a quanto stabilito mesi fa dalla Corte costituzionale ovvero, in sintesi, che non si può attribuire un premio di maggioranza senza fissare una soglia minima di voti da raggiungere.

Approfondimenti In particolare le richieste di approfondimenti sono state poste da Buconi (Psi) e Nevi (Forza Italia) sulla «obbligatorietà o meno del cosiddetto premio di maggioranza, e sulla legittimità della sua articolazione così come prevista nella proposta Pd». I due consiglieri chiedono inoltre quale debba essere il «meccanismo di attribuzione di premio di maggioranza se non si raggiunge la soglia minima, qualora essa sia introdotta nel testo in questione». Buconi poi ha richiesto un giudizio degli esperti circa la «possibile surroga temporanea di un consigliere nominato assessore». Al momento i testi in ballo sono due: quello del Pd e quello presentato nei giorni scorsi dal Ncd, con l’approvazione che pare inesorabilmente slittare oltre la prima settimana di dicembre, data fissata settimane fa da Smacchi. Verosimilmente, quindi, non si arriverà ad un ok in aula prima del 23 dicembre.

Slitta il voto? Insomma, potrebbe finire esattamente come cinque anni fa, ovvero con una legge approvata a poche settimane dal voto. Quanto poche però è un punto tutto da stabilire: in teoria la data buona da cerchiare sul calendario è quella della fine di marzo, anche se in queste ore, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, alla fine i cittadini delle sette regioni al voto alle urne potrebbero andarci il 17 maggio, insieme ai comuni. Un rinvio che, ragionano nel Pd, darebbe più tempo al partito per cercare di invertire il trend negativo dell’astensionismo e al governo per incanalare le riforme e possibilmente raccoglierne qualche frutto. Da considerare poi il dilemma del Ncd, l’alleato di governo stretto tra la crescita della Lega di Salvini e l’implosione di Forza Italia e che in alcune regioni, come la Campania, potrebbe anche allearsi con il Pd.

Twitter @DanieleBovi