L'aula del consiglio regionale (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Vitalizio solo per chi ha almeno 65 anni e un taglio all’assegno dal 2015 al 2017. Venerdì l’assemblea che riunisce tutti i presidenti dei consigli regionali, guidata dall’umbro Eros Brega e convocata proprio per trovare delle regole comuni sul tema, ha approvato un ordine del giorno con il quale si stabilisce che l’assegno spetta solo a quegli ex consiglieri che hanno compiuto almeno 65 anni e che hanno versato contributi per tutta la durata della legislatura (cinque anni). L’anticipazione, in ogni caso fino ai 60 anni, può essere chiesta solo se il consigliere è stato eletto per più legislature.

Le regole Tenendo conto della necessità di «contenimento della spesa» e delle «esigenze di bilancio», come accennato poi i presidenti hanno deciso di tagliare temporaneamente gli assegni per il triennio 2015-2017: -6% di riduzione dell’importo lordo fino a 1.500 euro; -9% da 1.500 euro e fino a 3.500 euro; -12% per l’importo eccedente da 3.501 a seimila euro, cifra oltre la quale la decurtazione sarà del 15%. Se però si percepiscono due vitalizi, magari quello da parlamentare, scatta la mannaia: alle riduzioni citate andrà infatti aggiunto un altro 40%. Dal taglio invece potranno essere esentati (basterà presentare tutta la documentazione) coloro che guadagnano fino a 18 mila euro. Ad un’ulteriore trattativa con i due rami del Parlamento poi sarà demandata la fissazione di un tetto massimo per coloro che di vitalizi ne prendono due.

Il buco Tutte queste misure ora dovranno essere messe nero su bianco dai consigli regionali, che dovranno approvarle (possibilmente, auspica Brega, prima delle elezioni) e che potranno prevedere anche una ridefinizione dell’entità dei tagli «in virtù delle diverse situazioni anagrafiche di percezione dell’assegno vitalizio». Ad oggi in Italia vengono complessivamente erogati vitalizi a 3.200 consiglieri regionali per una spesa totale pari a 170 milioni di euro. Tredici regioni li hanno già aboliti, Umbria compresa che però ha deciso di non corrisponderli solo dalla prossima legislatura. Insomma, gli attuali consiglieri (molti dei quali potrebbero essere rieletti a fine marzo) lo percepiranno comunque una volta compiuti i 65 anni, mentre per i nuovi entrati niente da fare. Secondo l’ultimo bilancio di palazzo Cesaroni, nel 2014 per i vitalizi dei consiglieri si spenderanno più di tre milioni di euro, a fronte di un gettito contributivo che garantisce il 15% circa del fabbisogno annuale. Da qui la necessità ogni anno di tappare il buco attraverso la fiscalità generale.

Le cifre Un buco, quello tra contributi incassati e spesa, che deriva da un sistema retributivo in vigore fino al 2015, con la conseguenza di assegni scollegati dai contributi versati e importi molto più alti rispetto a quanto versato. Le cifre sono lievitate nel corso degli anni: da 1,7 milioni del 2007 per arrivare ai 2,5 del 2010, poi 2,6 nel 2011 e 2012 e 2,9 nel 2013 fino ai tre abbondanti del 2014. «Oggi – ha detto Brega – abbiamo deliberato all’unanimità un atto che andava fatto. C’era bisogno di una regolamentazione dell’istituto del vitalizio che negli ultimi anni aveva assunto un aspetto diverso rispetto a quanto era stato pensato 40 anni fa. Era importante riportare un po’ di equilibrio al di là dell’aspetto economico, che non è influente. Questo atto ha una valenza morale».

Twitter @DanieleBovi

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One reply on “Ex consiglieri regionali, vitalizi solo per gli ultra 65enni e assegno tagliato per i prossimi 3 anni”

  1. Perché erogare un vitalizio?

    Se il motivo fosse quello di garantire a chi ha ricoperto una carica pubblica prestigiosa, un tenore di vita dignitoso o comunque congruente con la carica ricoperta, allora la questione si potrebbe risolvere con facilità.
    Basterebbe stabilire quale sia questa quota “dignitosa” per ogni carica istituzionale, poi valutare caso per caso quale sia la somma che lo Stato deve erogare per raggiungerla in rapporto alle normali entrate private del singolo politico.
    Chi già ha raggiunto questa quota minima coi proventi della sua attività lavorativa non avrebbe bisogno di alcuna integrazione Statale perché già possiede un
    tenore di vita dignitoso e consono alla carica ricoperta.
    Sono certo che in questa ipotesi i politici intellettualmente onesti accetterebbero di buon grado, convenendo che sarebbe ingiusto “arrotondare” togliendo risorse ai meno abbienti.
    Se la motivazione fosse invece quello di dare un compenso ulteriore per la prestazione fornita a favore della società, allora la questione diventa assimilabile ad un compenso derivante da prestazione “professionale”.
    Bisognerebbe legare il vitalizio ai contributi versati. In questo caso mi pare difficile si possa trovare una norma simile in contratti lavorativi esistenti che non abbia il sapore di “privilegio”.
    In questa ipotesi non resta che una soluzione.
    I partiti, che sono i reali Datori di lavoro dei Politici che hanno ricoperto cariche pubbliche, approvino un apposito contratto nazionale riservato al lavoratori della Politica.
    Nel contratto nazionale si stabiliscano i minimi sindacali e quant’altro e anche i vitalizi se lo desiderano, ma allora sia ciascun Partito e non lo Stato (noi tutti) a pagare gli stipendi di tutti i loro “dipendenti” e a maggior ragione quelli designati a ricoprire
    cariche pubbliche, parlamentari compresi.
    In questa ipotesi rivoluzionaria, i designati dei partiti non sarebbero più a carico dello Stato ma dei rispettivi Partiti che sarebbero costretti a retribuire i loro rappresentanti in ragione delle entrate che riescono a ottenere dal pubblico o dai privati, magari anche attivandosi per fare quadrare i conti.

    Giampaolo Ceci

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