Si è aperto sulle pagine del Corriere dell’Umbria un intenso dibattito sulla Chiesa umbra. Ispiratore di questa riflessione tra, “laici e cattolici”, è stato il deputato umbro del PD Walter Verini al quale il Cardinale Bassetti ha recentemente risposto. Di seguito riportiamo i due interventi
Fiducia nella Chiesa Umbra
di Walter Verini*
Viviamo un tempo in cui i riferimenti sono sempre più labili. Le principali istituzioni nazionali e regionali conoscono crolli di fiducia (si salvano un pò i Sindaci, impegnati in trincea). I partiti toccano il 2,5% di fiducia dei cittadini. Ed è pure tanto, se si pensa allo spettacolo di rissa continua per motivi poco nobili che troppo spesso li caratterizza tutti. Un punto di riferimento abbastanza stabile, insieme alle forze dell’ordine e della sicurezza, è la Presidenza della Repubblica. E, pur non godendo di straordinaria salute, anche la Chiesa continua a rappresentare per parte importante degli italiani un soggetto cui dare fiducia. E ancora di più, comprensibilmente, questo Papa. Anche in Umbria la tendenza è questa.
Lo dicono le statistiche, ce lo dice la percezione quotidiana. Vorrei parlare brevemente di alcune esperienze che ho vissuto e che hanno visto protagonisti quattro importanti personalità della Chiesa umbra. Ho visto la vicinanza pastorale e umana del Vescovo di Spoleto e Norcia, Monsignor Renato Boccardo, nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto. Ho avvertito la solidarietà, la speranza che hanno caratterizzato i gesti compiuti e le parole da lui pronunciate. Per i cittadini che hanno diritto a sperare nel futuro. Per la ricostruzione di straordinari gioielli architettonici di quel grande patrimonio culturale e religioso che è stato messo in ginocchio da un sisma che non ha rispettato neppure l’identità, la storia profonda, il valore comunitario di quel patrimonio. E quel Vescovo c’era e c’è (con i suoi parroci nel territorio e qui va ricordato, insieme alle istituzioni locali, regionali e nazionali). Sono tornato poi qualche giorno fa insieme con Marina Sereni, in carcere a Perugia, in occasione della Messa celebrata dal Cardinale di Perugia Bassetti. Sono state ore davvero intense. Visitare le carceri, quell’umanità dolente che ha sbagliato e che è giusto che paghi le proprie colpe, è sempre una esperienza importante. Capisci l’importanza della pena non come vendetta, ma come occasione di recupero e reinserimento, dopo. Anche per la sicurezza di tutti: chi esce con un diploma, un mestiere in mano difficilmente torna a delinquere. Quell’ambiente, quelle parole dei detenuti e delle detenute, quegli abbracci scambiati, quelle facce che non nascondevano origini sociali in zone di degrado o in zone del mondo dimenticate dalla lotteria della vita (nascere in Occidente o nascere nell’Africa sub-sahariana non è la stessa cosa), tutte queste cose hanno trovato nei gesti e nelle parole di Gualtiero Bassetti una naturale sintonia ed empatia. Parole di condanna di comportamenti sbagliati, di reati che hanno fatto male a chi li ha subiti, e che la giustizia umana giustamente sanziona. Ma parole di umana comprensione. Di vicinanza evangelica. Di speranza in un futuro senza violenza. Parole, più in generale, di accoglienza. Che questo Arcivescovo frequenta e pratica nella sua quotidiana attività diocesana. Che si rivolge a tutti, a partire dagli ultimi: quelli che sfuggono dai Paesi della miseria e della fame, ai massacri e alle persecuzioni, alle guerre e alle malattie che danno un’aspettativa di vita per la quale anche uno di noi, in quelle condizioni, il proprio figlio lo metterebbe in un barcone, nella speranza che possa arrivare dall’altra parte, trepidando perché non muoia in mare. Gli ultimi, come quelli che vivono il disagio nazionale di vecchie e nuove povertà. I ragazzini, ai quali insegnare – possibilmente insieme alla scuola, insieme alle famiglie – che nella vita ci sono valori un po’ più importanti dell’ultimo modello di smartphone. E poi, naturalmente, tutti gli altri, anche i più fortunati, anche quelli che ce la fanno, come è giusto che sia. Ho partecipato poi ad un altro momento assai intenso, promosso ad Assisi dal Vescovo Sorrentino. Il primo di una serie di incontri nel territorio, iniziati simbolicamente nella sala della Spoliazione in Vescovado, dove Francesco si spogliò di tutto per intraprendere il suo straordinario cammino. E il senso di una Chiesa in cammino è stato proprio il cuore delle parole pronunciate dal vescovo di Assisi. Una Chiesa rispettosa dei principi evangelici, dei valori assoluti che sono un pò la ragione fondante della sua missione millenaria, ma anche aperta alla contemporaneità, ai dubbi del tempo, alle grandi questioni che interrogano globalmente e localmente l’umanità. Avevo già conosciuto il Vescovo. Su un palco insieme ai lavoratori della ex-Merloni, in una delle tante occasioni di impegno per il lavoro in cui lui c’era. E poi quando promuovemmo alla Camera la presentazione del suo libro che traccia un filo di continuità tra il Cantico delle Creature di Francesco e l’enciclica di Papa Bergoglio.
E questo avvio di un nuovo cammino dentro la realtà assisiate mi ha dato, pur da osservatore, l’impressione di quanto sia importante rafforzare il senso di comunità e la coesione sociale delle nostre città. Infine, non lo faccio per “campanilismo”, ma da tifernate mi capita più spesso di incontrare il Vescovo Cancian e di apprezzare la sua discreta e costante presenza nella Diocesi, la sua attenzione – non sollo religiosa, ovviamente – alla vita quotidiana e sociale di Città di Castello e degli altri centri, ai temi dell’emergenza educativa, della solidarietà, come qualche giorno fa in una bella serata al Teatro Comunale. Si tratta di esperienze che ho vissuto direttamente in questo periodo ma, indirettamente, ho potuto leggere di iniziative di analogo valore e intensità promosse dagli altri Presuli umbri da Foligno a Terni, da Gubbio a Orvieto. Insomma, credo possa dirlo anche chi non ha il dono della fede: in un tempo come questo, una Chiesa “in cammino” aiuta molto la comunità. Stimola i cittadini ad essere migliori e a non voltarsi dall’altra parte anche oltre una certa melassa tipica delle feste natalizie.
Stimola le istituzioni e essere sempre di più e meglio davvero in empatia con la società. E potrebbe stimolare questa ad essere più generosa con gli interessi generali e meno con quelli particolare. E potrebbe aiutare la Politica a ritrovare senso, visione, generosità. Sì, un pò a “bergoglizzarsi”, per ritrovare sobrietà, senso di missione e servizio, visione del Potere come mezzo per cambiare in meglio le cose. Per riacquistare credibilità.
*Capogruppo Pd Commissione Giustizia, Camera dei Deputati
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Una speranza per la nostra gente
di Gualtiero Bassetti**
Ho letto con interesse l’intervento dell’onorevole Walter Verini sul Corriere dell’Umbria di domenica scorsa. Il parlamentare, da un lato, denuncia la perdurante crisi sociale, economica e morale che affligge ormai da tempo l’Italia e, dall’altro lato, manifesta il suo apprezzamento verso l’impegno concreto dei vescovi e della Chiesa umbra nei confronti di quelle realtà di sofferenza presenti nella nostra regione: dai terremotati ai disoccupati, dagli immigrati ai carcerati, fino agli ammalati. Questo impegno non nasce certo oggi, ma è la testimonianza di una presenza storica della Chiesa nella società italiana. Una presenza viva e tangibile, spirituale e caritatevole che ha radici profonde tra i borghi e le città, tra le pievi e le campagne del nostro Paese.
Se infatti si esplora con pazienza la storia millenaria di questa presenza religiosa sul territorio, si potrà vedere come la vita di un sacerdote o di un vescovo non si è mai limitata solamente alle sacrestie. Da sempre, la Chiesa ha una vocazione missionaria che la porta ad annunciare una Parola di vita all’umanità intera e ad offrire un aiuto concreto a chi è in condizioni disagiate. Non casualmente, quasi 10 anni fa, non appena scoppiò la crisi economica, la Chiesa umbra si mobilitò istituendo un Fondo di solidarietà, che in questi anni ha aiutato più di 3.000 famiglie della regione. Un impegno solidale che è poi continuato anche negli empori e nelle mense della Caritas che, oggi, sono dei luoghi di riferimento insostituibili per tante persone indigenti. Tra i nuovi poveri, però, vanno annoverati purtroppo anche i giovani. I dati sulla disoccupazione giovanile sono terribili e la percentuale di coloro che emigrano fuori dall’Italia è in preoccupante aumento. Sento una grande responsabilità nei confronti delle giovani generazioni perché, come avrebbe detto don Milani, la vita di questi ragazzi mi importa, mi sta a cuore! Non possiamo abbandonarli ad un destino di precarietà. Allo stesso modo, guardo con grande preoccupazione al futuro delle nostre famiglie, sempre più fragili nei loro legami e spesso dimenticate da una politica troppo lontana. Le famiglie vanno sostenute con pazienza e amore, perché rappresentano la base insostituibile della società.
Non è certo questa la sede adatta per interrogarci sull’origine di questi complessi fenomeni sociali. Tuttavia, non possiamo fuggire o cavarcela con ‘’utilizzo di slogan consunti, di cui tutti ormai siamo stanchi. Negli ultimi anni, in più occasioni, ho avuto modo di affermare che ci troviamo di fronte ad una situazione molto diversa rispetto al passato. Oggi assistiamo all’emergere di una nuova questione sociale – che tiene assieme la questione antropologica con quella emergente delle nuove povertà – che necessita, vista l’assoluta novità, molto coraggio e delle proposte autenticamente innovative. A partire dalla costituzione di un nuovo patto sociale tra tutti gli uomini e le donne di buona volontà e con tutte quelle istituzioni laiche e religiose che hanno veramente a cuore il bene comune. Nessuno, ovviamente, ha delle ricette pronte all’uso. Come vescovi e come Chiesa siamo impegnati nella “promozione umana”, perché convinti, come scriveva Paolo VI nella Populorum progressio, che “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica» ma deve essere rivolto “alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. Come credenti possiamo offrire, innanzitutto, qualcosa che può risultare utile a molti: il valore e il significato autentico della speranza. Figure storiche del cristianesimo umbro, come Benedetto e Francesco, Chiara e Rita, insieme a tanti altri santi sconosciuti del “quotidiano”, ci offrono, infatti, con audacia e gioia, la forza della speranza, che non è – come ha ricordato Papa Francesco ai fedeli delle zone terremotate il 5 gennaio – un “ottimismo senza sostanza”, ma una virtù che sa intravedere le possibilità di rinascita e già spinge per un vero rinnovamento. Ha scritto giustamente l’onorevole Verini che “una Chiesa in cammino aiuta molto la comunità”. La Chiesa, se vive appieno il messaggio evangelico, è sempre “in cammino”, in costante accompagnamento dell’umanità, perché il fine stesso del cristianesimo non è un “tutto subito”, ma una continua ricerca: un andare verso Dio che è movimento, fatica, a volte dolore, ma, alla fine, sempre approdo di serenità e di pace.
**Cardinale, presidente della Conferenza Episcopale Umbra
