antonio bartolini
L'assessore Antonio Bartolini

di Daniele Bovi

Dalla riforma delle agenzie e delle partecipate al futuro del Pd, da Romizi alla sconfitta del Sì al referendum fino alla necessità di mettere in campo un progetto politico per la riconquista di Perugia, è un Antonio Bartolini a tutto campo quello che traccia una riga dopo il primo anno e mezzo di lavoro in giunta regionale. Diciotto mesi non facili, segnati dal terremoto e da molte novità, come la riduzione del numero degli assessorati, il progetto della macroregione e non solo.

Quali obiettivi sono stati fissati e quali linee guida sono state seguite nell’impostare la riforma di agenzie e partecipate?

«Innanzitutto la definizione di un quadro, di un ragionamento che guarda e che tiene conto di quella che più che macroregione chiamo Italia di mezzo. Io sono convinto che bisogna pensare a filiere orizzontali in grado di mettere, per così dire, tessuto connettivo tra Umbria, Marche e Toscana. E qualcosa, come l’ufficio unico a Bruxelles o la sperimentazione di una centrale unica per gli acquisti, è stato fatto. Certo non nascondo che ci sono difficoltà».

Di che tipo?

«Beh di sicuro quando si va verso un soggetto unico ci sono delle resistenze perché vai a toccare degli assetti burocratici. Tornando alla riforma, per quanto riguarda la Regione invece c’è il tema della riorganizzazione della macchina amministrativa della giunta, delle agenzie e delle partecipate».

A proposito della giunta: l’istituzione della figura del direttore generale, per la quale tutti danno in pole Walter Orlandi, è necessaria o è funzionale solo agli equilibri interni al Pd?

«Vorrei svincolare la riforma dal tema dei nomi, una parte politica lo porta avanti mentre a me è molto indifferente. Comunque sì, è necessaria e faccio qualche esempio: quando si va a Roma a fare una riunione operativa sul terremoto oppure quando c’è un incontro sulla macroregione sono presenti il segretario generale delle Marche, il direttore generale dell’Abruzzo e quello del Lazio».

Qual è il fattore che la rende necessaria?

«Il cambiamento della faccia della Regione: questo è un ente che si occupa sempre più di amministrazione e meno di programmazione. Se fai più programmazione allora il modello per direzioni va bene, ma se invece hai molto carico amministrativo, e sempre più se ne avrà anche a causa del terremoto, allora serve un manager che abbia tra le mani la leva dell’organizzazione».

Quando verrà istituito ufficialmente il direttore generale?

«In tempi fisiologici».

Che significa fisiologici?

«In tempi fisiologici. Tutto il pacchetto riforme vorrei portarlo a casa entro il primo semestre: il ddl su Adisu già c’è, subito dopo arriverà quello sulla dirigenza regionale, quello su Afor e montane è in consiglio e alla fine quelli su Arpa e istituti di ricerca».

Quale sarà il nuovo assetto delle partecipate?

«Ancora non è del tutto definito, c’è un documento di inquadramento e ci sono vari tavoli attivi, come quello su Umbria mobilità che va portata verso la stazione finale».

Si parla di liquidazione.

«È una delle ipotesi, ma non la sola. È una delle ipotesi ma non la sola, serve una procedura che la porti a liquidare ed estinguere tutti i problemi creditori e debitori. Non deve essere esposta a contenziosi».

Le altre ipotesi?

«Beh altre forme di gestione previste dalle normative; tecnicamente ce ne sono varie, anche accordi coi creditori che portino a una gestione controllata della situazione».

Che futuro ha davanti invece Sviluppumbria?

«Sviluppumbria è una società con un ruolo importante nell’attuazione delle politiche di sviluppo economico: il tema che va affrontato è quello della razionalizzazione interna».

Più nel dettaglio?

«Non sono previsti scioglimenti o liquidazioni; come per altre partecipate ci sono problemi di gestione dei costi, di posizionamento della società rispetto a quanto previsto dal ddl Madia e sulle società in house dal Codice dei contratti. Stiamo ragionando ma si va verso razionalizzazione interna, dei costi e soprattutto della governance».

E Umbria digitale?

«La società deve cambiare pelle. Prima di tutto va portato avanti e attuato il piano industriale, poi va trasformata la mission: da società di produzione di servizi, come la creazione e la gestione dei software, a una con un interesse più generale, che ci aiuti a impostare le politiche connesse alle trasformazioni imposte dalle tecnologie digitali».

E per quanto riguarda le agenzie come Adisu, Parco tecnologico, Afor, Arpa e gli enti di ricerca?

«In consiglio regionale c’è il ddl su Adisu, che parla di diritto allo studio 2.0, di un’agenzia in grado anche di guardare al mondo del lavoro. Sul Parco ci stiamo confrontando, anche lì c’è un problema di razionalizzazione e occorrerà capire come meglio gestire l’attività di certificazione. Per Arpa dobbiamo rivedere i dipartimenti territoriali ricalcando i confini delle Usl: alcune funzioni dovranno far capo ad entrambi con l’obiettivo non di creare due Arpa bensì di garantire un giusto equilibrioSugli enti credo arriveremo all’istituto unico di ricerca mentre relativamente ad Afor credo che il problema della stabilità di cassa sia stato affrontato e l’agenzia sta lavorando bene anche nell’area del terremoto. Il 2017 sarà poi l’anno della liquidazione amministrativa delle ex comunità montane».

Defunte ma che ancora pongono una serie di problemi. Quali sono i più rilevanti?

«Dal punto di vista dei costi del personale non ci sono, sono coperti dalle entrate, però bisognerà capire come distribuire tra i comuni i 150 lavoratori rimasti. Quanto alla procedura di liquidazione, ne faremo una unica per garantire un equilibrio tra debiti e crediti».

Che bilancio fa su questo anno o poco più di lavoro della giunta nel suo complesso?

«Negli ultimi mesi è stata condizionata dal terremoto, che sarà anche la questione centrale del prossimo futuro. La tendenza è quella di una giunta che si occupa sempre più di amministrazione; invece secondo me, e qui abbiamo un po’ di difficoltà, dovremmo recuperare un ruolo programmatorio, problema di certo non solo umbro ma nazionale».

In questi giorni si parla anche di un possibile mini-rimpasto di giunta con l’uscita di Chianella. È un’ipotesi realistica?

«Per tutte le verifiche che ho fatto, no».

Il risultato del referendum è stato netto anche in Umbria: come spiega la vittoria del No?

«Innanzitutto vedo un’Umbria spaccata: nel Perugino, Trasimeno e in parte dell’Alto Tevere fino al Marscianese ha vinto il Sì e in tutte le altre il No. Le ragioni andrebbero capite meglio. Non c’è solo la crisi: è stato un giudizio politico e abbiamo perso perché i giovani si sono sentiti traditi perché rottamazione e rinnovamento non hanno dao i risultati sperati. Nei giri che ho fatto in Umbria ho visto due categorie particolarmente ostili nei nostri confronti: i giovani, ai quali la speranza che diamo è quella dei voucher, e gli insegnati».

Che giudizio dà invece sulla prima metà della giunta Romizi.

«Da assessore devo dire che c’è buona collaborazione istituzionale, mentre in città credo che la primavera stia finendo, che ci sia una fase di stanca, di indecisione».

Da cosa lo deduce?

«All’inizio si percepiva la ventata di cambiamento, mentre ora credo che i perugini stiano meditando. Tranne quello sulla fibra ottica non vedo grandi cambiamenti. Uso una metafora: nei due anni della doppia promozione a vedere il Perugia c’era sempre più gente, mentre oggi c’è sempre un pubblico importante, ma ce n’è di meno».

Qual è invece la valutazione sull’opposizione fatta dal Pd?

«I consiglieri si sono trovati in una situazione difficile e che non si aspettavano. Il sindaco è molto apprezzato tra le persone e di certo i suoi toni pacati non aiutano a fare opposizione, però è venuto il momento, nel 2017, di pensare alla Perugia degli anni venti del Duemila».

Quale percorso immagina da qui al 2019?

«Io dico che il 2017 deve essere una anno dedicato al programma. Non facciamo le prime donne e non parliamo di nomi. Pensiamo a una Perugia alternativa e attenta alle sfide dell’innovazione, che è il tema centrale. Questa è stata una città che per troppo tempo si è seduta sul pubblico».

Cosa ha da insegnare una vicenda come quella di Wladimiro Boccali?

«Oltre al racconto del declino di un partito e di una coalizione credo se ne ricavi una lezione sul tema dell’unità, non solo in città ma nel resto dell’Umbria».

Il Pd da solo non basta.

«Beh in primis serve un Pd non diviso in fazioni: ogni tanto in Umbria sembra vigere un sistema feudale. Servono capacità e autorevolezza per riaggregare le forze riformiste in un perimetro diverso da quello di una volta, ma serve anche capacità di dialogo con le forze ‘antiche’ del centrosinistra».

Twitter @DanieleBovi

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