di Maurizio Troccoli
Il legame tra Umberto Bossi e l’Umbria è flebile, non «duro», come probabilmente gli sarebbe piaciuto. Sicuramente ha avuto occasione di incontrarsi con storici militanti che c’erano, a quei tempi, dopo il 1994 anche in Umbria. Il suo ricordo non emerge tanto dalle cronache che ne restituiscono la presenza ma non il segno, quanto da alcune figure che Umbria24 ha contattato Le sue incursioni in Umbria non hanno prodotto eventi o frasi rimaste nella memoria collettiva regionale. Quella presenza rumorosa altrove, sembra non avere rimbombato in egual misura in questa terra. Bossi ha parlato di «popoli umbri nella Padania», come conferma a Umbria 24 Paola Sacchi, giornalista originaria dell’Umbria – di Orvieto – in quegli anni all’Unità e a Panorama, che il ‘senatur’ ha intervistato in numerose occasioni. Insomma riconosceva all’identità umbra piena cittadinanza nella grande Padania che aveva in mente, probabilmente prima ancora di parlare dello ‘sfondamento in Toscana’. Tuttavia in molti concordano sul fatto che Bossi l’Umbria, l’ha percepita distante dalla sua natura di uomo del nord, senza per questo relegarla alla ‘terronia’, ma sicuramente percependo una antropologia in distonia con le sue corde. Bossi è avvicinabile all’Umbria attraverso il ricordo o il pensiero di chi, politicamente, l’ha incrociato, magari combattuto e oggi ne prova tratteggiare i contorni.
Walter Verini, contattato da Umbria24 la mette così: «Non ho mai amato né i suoi modi, né la sua politica che credo abbia fatto male al Paese. Non sarà l’occasione della sua morte a fare prevalere l’ipocrisia. Politicamente non ho apprezzato nessuna sua scelta. Devo invece riconoscere a Umberto Bossi che qualunque decisione l’ha fondata su un sistema di valori, primo tra tutti l’antifascismo. Quello che non è riuscito a fare Salvini». Verini descrive una scena quotidiana alla Camera, negli ultimi anni di attività parlamentare: «Tutte le mattine, intorno alle 8, era seduto da solo al bar Giolitti, vicino agli ingressi dei gruppi parlamentari. Prendeva un caffè e fumava il sigaro. Era l’immagine di un leader malato, solo, con un’assistente che lo aiutava negli spostamenti». Il racconto insiste su un dettaglio: «Lo salutavo sempre, a volte mi fermavo a parlare, per rispetto. Non ho mai condiviso le sue posizioni, ma in quel momento mi colpiva la sua solitudine profonda, quotidiana, evidente a tutti». E ancora: «Raramente ho visto persone attorno a lui. Mi faceva tenerezza. Era come un leone ferito sul viale del tramonto». C’era anche un gesto, quasi rituale: «Quando lo salutavi, con la mano sinistra – quella che muoveva meglio – ti dava un pugno sulla palma. Era il suo modo per dire ‘ci sono’. Lui mi riconosceva, sapeva che fossi un avversario politico, riusciva a identificarmi bene». Verini riconosce a Bossi un elemento spesso rimosso nel racconto politico più recente: «È stato un innovatore nel linguaggio e nella politica. Le sue posizioni non hanno fatto bene all’Italia, ma anche nei momenti più estremi, quando arrivava a parlare di secessione, mettendo a rischio l’unità del paese, per me inaccettabile, si richiamava a valori antifascisti».
Un aspetto che trova riscontro anche nella ricostruzione della giornalista Gabriella Mecucci, allora all’Unità e oggi direttrice di Passaggi Magazine: «A differenza di Matteo Salvini, Bossi non è mai stato completamente organico al centrodestra. Aveva una forte autonomia personale e politica. Arrivò anche a fare un accordo con Massimo D’Alema, mettendo in difficoltà Silvio Berlusconi». «Era lontanissimo – aggiunge – dalla destra della destra che rappresenta oggi Salvini», osserva Mecucci. Un giudizio che si intreccia con quello di Verini: «Maroni, Giorgetti, Zaia non hanno mai rinnegato Bossi. Chi ha snaturato quella Lega è stato Salvini, anche attraverso alleanze con ambienti opachi. Non so se Bossi lo avrebbe fatto». E poi «era un affascinante uomo che sapeva circondarsi di belle donne – aggiunge Mecucci -. Questo suo aspetto di tombeur de femmes era molto dibattuto nelle redazioni giornalistiche dell’epoca. Bossi piaceva alle donne».
Chi prova a raccontarlo oggi non prescinde dal retroterra politico e culturale del leader leghista: esperienze giovanili a sinistra, l’influenza dell’autonomismo e del pensiero federalista di Gianfranco Miglio, l’idea – mai realizzata – che l’indipendenza della Padania potesse risolvere i problemi del Nord.
In Umbria, Bossi è venuto diverse volte tra gli anni Novanta e Duemila – Perugia e Terni soprattutto – ma è evidente che la regione non è mai stata un terreno di radicamento per lui. Le sue visite non producono consenso significativo né episodi destinati a restare. Il paradosso è che la Lega crescerà proprio dopo la sua uscita di scena, in una fase completamente diversa. I leghisti umbri di oggi sono lontani da lui quanto il loro attuale leader, hanno cioè tutt’altri connotati. A loro fanno eccezione i vecchi veterani, non paragonabili per numero.
Paola Sacchi sottolinea: «E’ stato un uomo che ha profondamente segnato la politica italiana e la narrazione del paese in quanto tale. A differenza di quanto tutt’ora si continui a pensare, voleva modernizzare il Paese. Lui diceva Roma ladrona, il potere centrale che obbligava il nord a pagare un sovraccarico di tasse per mantenere il sud. A me l’ha spiegata così: ‘Il potere centrale umilia il sud, perchè viene soffocato con l’assistenzialismo. Nord e sud vanno uniti con la modernizzazione’. A margine di un’intervista mi disse ancora: ‘Io minacciai la secessione perchè volevo la devoluzione cioè il federalismo’. Bossi sul piano comunicativo dette voce all’uomo della strada – ancora Sacchi -, ma non con un messaggio di bieco populismo come quello di oggi, no. Bossi, contrariamente a quanto si pensi, era sofisticato, recitava a memoria versi di Leopardi e di Shakespear. Ovviamente va inteso, come tutti, con i suoi limiti ed errori». Quanto all’adesione dell’Umbria alla Padania, «io trovai una lettera in cui si chiedeva l’adesione dell’Umbria». E ricordo quando pronunciò la il termine ‘i popoli umbri’.
