di Maurizio Troccoli

I recenti fatti di Modena, ma non solo, in generale il clima di intolleranza che dai social, ai bar ai luoghi della convivialità sembra tenere banco nell’individuazione dello straniero come responsabile di ogni sofferenza sociale, non rappresentano il contesto ideale per emettere sentenze di civiltà. Eppure, a Perugia, un giudice ne ha appena prodotta una: che semplicemente spiega come uno straniero irregolare, sottoposto alla terapia del metadone, non possa essere espulso nel suo Paese, se lì non è garantita la continuità terapeutica. 

Il sacrosanto diritto alla salute, anche quando si è irregolari, anche quando si è responsabile di reati, anche quando si è stati in carcere, in uno stato di diritto, non può che primeggiare su tutte le altre prerogative in campo. Il suo avvocato, Francesco Di Pietro, ha portato la battaglia di questo cittadino straniero in tribunale, l’ha motivata davanti al giudice. Ha cioè documentato sia come la dipendenza da oppioidi costituisca un disturbo psichiatrico riconosciuto, sia come la salute del soggetto sarebbe stata messa in pericolo, una volta rientrato nel suo Paese, dove non sono previste somministrazioni di metadone. E ha ottenuto ragione dalla legge.

Le democrazie segnano anche queste, di distanze, rispetto a Paesi che non l’hanno ancora vista compiere. Le società complesse sono chiamate a trovare soluzioni all’interno di un sistema che non può che contemplare il costo sociale, piuttosto che tentare di risolverlo attraverso l’insabbiamento di diritti fondamentali.  

A Modena, il costo sociale del comportamento di un cittadino che era stato sottoposto a cure psichiatriche, assume una dimensione incalcolabile. Questo è fuori discussione. Ma la risposta non è la giungla. La ferocia social ha orientato la rabbia, il dolore, la frustrazione fuori bersaglio. Individuando presunti nemici della nazione che sembrano interessare più degli eventuali responsabili. Altri cognomi avrebbero probabilmente concentrato l’attenzione esclusivamente sulla malattia psichiatrica e sulla sua gestione anche in ottica collettiva. Ma i tempi sono quelli che sono. E piccole sentenze possono significare lampadine di civiltà che restano accese. 

«La sentenza – commenta Fabrizio Germini, gruppo regionale Immigrazione e salute – ci ricorda i principi di diritto e di civiltaà a cui si ispira la nostra Costituzione. Per decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale è cresciuta l’importanza di tali principi, per la mia generazione sembrava e forse era naturale pensare, che fossero intoccabili. L’Onu istituì una commissione per stilare la Dichiarazione universale dei diritti umani. I report di Amnesty International ci ricordano che esiste una tendenza ad un arretramento sul versante del loro riconoscimento, anche nel nostro paese. Oggi sempre più spesso dobbiamo ricorrere a sentenze di giudici per ottenere ciò che sarebbe dovuto. La condizione delle persone immigrate è spesso di irregolarità a causa di difficoltà persistenti a poter usufruire di un percorso lineare di riconoscimento del diritto a cercare un lavoro, ad avere un permesso di soggiorno, una residenza, un’abitazione, ad inquadrare le diverse situazioni, in sintesi il diritto ad esistere in condizione di regolarità. Questa base amministrativa – dice anroa Germini – è essenziale perché possa essere riconosciuto e garantito il diritto alla salute, alle cure, nei vari livelli di assistenza previsti dal nostro Sistema sanitario nazionale, senza ricorrere ai servizi ospedalieri per motivazioni che non lo richiederebbero. Il sistema attuale genera la necessità di ricorrere a percorsi complicati, le associazioni di volontariato di vario orientamento, supportano le persone in difficoltà per le diverse necessità, abbiamo anche noi costituito una rete informale (Gris Gruppo regionale immigrazione salute) fra enti di accoglienza e associazioni, per raccogliere le varie fattispecie problematiche e le presentiamo nelle sedi istituzionali locali con le quali è in atto una interlocuzione che conduca a risolvere ciò che è necessario e dovuto secondo le nostre leggi».

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