Barriere architettoniche in città. Nonostante il restyling di alcuni luoghi e spazi pubblici. Ad aprire una parentesi calda per il capoluogo, è Vanni Capoccia, da molti conosciuto a Perugia per il suo impegno civico, che racconta la sua visita alle rinnovate “scalette della Canapina”. per vedere di persone la loro nuova sistemazione che, spiega, «al di là dell’apparenza, mi è sembrata un progetto poco ambizioso. Perché nel rifare una barriera architettonica come delle scalette l’ambizione deve spingere – prima di tutto – a impedirgli di continuare a esserlo consentendo il loro superamento a chi si muove in carrozzina, a un genitore che spinge il passeggino, a un cieco o un ipovedente, agli anziani».
Come Capoccia sottolinea nel suo sopralluogo, «una carrozzina qua non potrà transitare, un cieco o un ipovedente non sentiranno sotto i piedi le strisce zigrinate che gli facilitano l’andare e non c’è nemmeno un passamano cui possano appoggiarsi anziane e anziani». Il cittadino rimarca anche le origini del luogo: «E in un luogo austero e di basso profilo persino nei nomi popolari “il Campaccio”, “la Canapina” che ha, nel quale s’incontrano medioevo e muro etrusco ci voleva meno retorica ricordando che si dovevano semplicemente rifare le “scalette della Canapina” tenendo conto dei bisogni dei più fragili.
Esaltando, questo sì, il contesto facendo quindi in modo che chi passa senta il desiderio di alzare lo sguardo in alto verso le pietre etrusche, l’abside di san Benedetto, l’ingegneria novecentesca del contrafforte metallico di Mastrodicasa senza essere distratto da tutto quel marmo bianco in basso».
