Laura Pausini a Perugia (foto Manti)
Laura Pausini a Perugia

di M.Alessia Manti

Marco se n’è andato 19 anni fa e non è più tornato. Nel frattempo la solitudine si è trasformata, come succede in quasi tutte le storie nazionalpopolari. E’ diventata una rivincita. Quella delle paillettes, per esempio. Mai viste così tante al PalaEvangelisti di Perugia. Il palazzetto sabato trasudava paillettes e sberluccichii per l’Inedito World Tour di Laura Pausini. Un concerto che lo scorso marzo era stato rimandato in seguito alla morte di Matteo Armellini, l’operaio schiacciato dal crollo della struttura del palco al Calafiore di Reggio Calabria. I suoi fan l’hanno attesa e l’hanno accolta come si fa con un’amica di vecchia data. «Il tempo passa- ha detto la cantante romagnola- ma noi siamo sempre più fichi»

Sentirsi un pesce fuor d’acqua è la cosa più banale che possa succedere se vai a vedere per la prima volta un concerto della Pausini. Se tu non rappresenti il suo pubblico, se non hai mai comprato un suo disco e se in genere ti tappi le orecchie al primo suo acuto. Devi allenarti, come per una maratona. Devi dimenticare tutti i concerti visti finora e lanciarti a kamikaze in quel meraviglioso mondo in cui amore fa rima con cuore. Devi ripeterti «io non ho paura», autoconvircerti che ce la puoi fare, che tornata a casa il disco di Janis Joplin si farà ascoltare senza messaggi subliminali di vendetta e che Patti Smith non ti fulminerà con lo sguardo quando andrai a vedere il suo di concerto. Sì, ce la puoi fare. Non temere, in fondo anche tu hai avuto 14 anni di Solitudine. E poi ti sei documentata, qualcosa di interessante c’è: la regia di Marco Balich, lo stesso che si è occupato delle cerimonie di apertura e chiusura per le Olimpiadi invernali di Torino 2006;  la scenografia di Mark Fisher, che ha lavorato con i Pink Floyd e gli U2; le luci di Patrick Woodroffe, lighting designer di Bob Dylan, Ac/Dc, Depeche Mode, Rolling Stones, Michael Jackson; le coreografie di Nikos Lagousakos, già noto per le aperture alle Olimpiadi di Atene e i costumi di Catherine Buyse, capo reparto costumi in Star Wars e The Tourist. Come un mantra, ripetilo all’infinito. Ce la farai.

Tanta gente, una massa eterogenea. Hai accanto delle bambine, novelle videomaker munite di iphone. Cantano sorridenti, ad ogni pezzo in scaletta un’esultanza. Ogni tanto si girano verso le mamme. Il karaoke è un momento di condivisione generazionale e la stessa Pausini non solo ne va fiera ma lo benedice. «E’ bellissimo rendersi conto che le ragazze e i ragazzi che venivano ai miei concerti quando ho cominciato adesso sono genitori e stasera sono qui con i loro bambini», dice lei.

E’ una a cui piace fare le cose in grande. Vuole stupire con effetti speciali. Uno spettacolo baroccheggiante suddiviso in cinque atti. Cinque momenti scanditi da cambio di abito, colore dominante e atmosfera. Appare e riappare, balla, ringrazia. «Perugia ti amo». Dice di essere davvero emozionata. Sul palco con la Pausini – fresca di definizione, Wonder woman della musica italiana – coristi, musicisti e ballerini «tutti ragazzi  italiani, ci tengo a dirlo». Due ore. Più di 30 pezzi. Amarcord anni ’90, molti brani dell’ultimo disco in cui ci si imbatte con ovvia facilità accendendo la radio, la cover de La mia banda suona il rock di Fossati. Sotto un tempio barocco a testa in giù, con la Pausini che impugna una Telecaster bianca, una canotta gialla col teschio a rivendicare che si è rock’n roll  si può davvero aspirare all’immortalità.

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