di Lorenzo Borzuola
«Diminuiscono i pazienti con sospetto Coronavirus, ma il numero è ancora alto». Beatrice, umbra 28 anni, lavora da circa cinque anni come infermiera nel pronto soccorso di un ospedale di Londra e da lì ha vissuto in prima linea la fase di emergenza. A Umbria24 testimonia una prima fase con molta confusione, tanti pazienti e pochi mezzi per affrontare a situazione, dai respiratori ai dispositivi di protezione per il personale sanitario. Poi, man mano, anche in generale in Inghilterra e nel suo ospedale è andata meglio. «Le cose stanno cambiando, ma le regole sono pur sempre meno ferree che in Italia».
Prima fase drammatica Avevamo avuto modo di parlare con lei agli inizi di aprile, quando in Inghilterra l’emergenza Coronavirus aveva completamente bloccato l’intero paese. In quella circostanza, aveva riferito di una situazione davvero drammatica, specialmente all’interno del suo ospedale. Nel momento in cui il Regno Unito non possedeva ancora una strategia solida per fronteggiare la pandemia, negli ospedali il numero dei contagiati saliva vertiginosamente e scarseggiavano i macchinari indispensabili come respiratori e nebulizzatori, e persino attente misure di sicurezza fra gli stessi operatori sanitari.
Situazione migliorata «La situazione – dice – è molto cambiata e tale cambiamento lo abbiamo potuto vedere quando è iniziato il lockdown. I pazienti che riceviamo in questo momento con sospetto Covid-19 sono diminuiti, ma il numero è ancora alto. Per fortuna ora abbiamo a disposizione di nuovo respiratori, che prima bastavano a malapena per i pazienti più giovani. L’ospedale ci ha fornito moltissimi dispositivi di protezione individuale che prima mancavano, ed eravamo costretti ad arrangiarci. Un altro cambiamento sostanziale – aggiunge Beatrice – è stato riguardante il contagio tra i miei colleghi che è drasticamente diminuito. Non ci sono positivi nel mio staff da quasi tre settimane: questo è potuto succedere non appena l’ospedale ci ha fornito adeguati dispositivi di protezione. A livello lavorativo, a causa del virus, sono state apportate giorno per giorno norme sempre diverse. È stato difficile adattarsi». Norme, queste, che comprendono la costante pulizia del reparto e dei percorsi, la protezione individuale o l’assoluto divieto di vedersi con amici e parenti». E il rapporto con i pazienti? «Anche quello è cambiato. Nel mio lavoro la parte caring, cioè il prendersi cura del paziente, ha una grande rilevanza. Il dover avere distanze sociali naturalmente comprende anche quelle con il paziente. Il contatto deve essere minimo e indispensabile. Il solo indossare dispositivi di protezione e isolare il paziente in camere singole elimina maggior parte del contatto: fondamentale per la nostra professione».
Lontana ma vicina all’Italia Tra gli aspetti più pesanti c’è stato il «non poter viaggiare verso l’Italia e non poter vedere la mia famiglia». Ma i contatti sono rimasti, anche con i suoi colleghi rimasti in Umbria. «Ho parlato spesso con amici che lavorano in Italia e che fanno il mio stesso lavoro. Non ho riscontrato una grande differenza a livello organizzativo. È stato comunque impressionante confrontarsi con persone al di fuori dell’ospedale inglese e al di fuori dell’Inghilterra. La pressione emotiva e psicologica è la stessa».
Episodi simbolici Arrivati alla fine della nostra conversazione, chiediamo a Beatrice se ci siano stati o no, durante questi mesi, episodi che l’abbiano emotivamente toccata. La sua risposta è sincera e il suo racconto testimonia ancora una volta il duro lavoro di tutti gli operatori sanitari che da mesi stanno facendo di tutto per aiutare la società. «Ci sono eventi che mi hanno toccato. Con questo lavoro ti porti a casa tante emozioni ogni giorno: a prescindere dalla situazione venutasi a creare con l’emergenza Coronavirus. Forse in questo periodo la cosa più difficile, lavorando in pronto soccorso, è stato il rapporto con i parenti. Nel mio ospedale, così come in quelli italiani, non è permesso a nessuno entrare: oltre al paziente. È successo molto spesso di dover forzare le famiglie a rimanere fuori dalla porta. Oppure, staccare letteralmente le mani dai loro cari, con la consapevolezza che forse non li avrebbero più rivisti. All’inizio c’è stato un episodio in cui ho permesso alla famiglia di entrare in ospedale e rimanere fuori dalla porta a vetri della camera d’isolamento del paziente. Allora non avevamo ancora regole precise al riguardo. La paziente in questione è deteriorata nel giro di poche ore e i medici hanno subito deciso di interrompere il ventilatore perché non rispondeva ai trattamenti. In Inghilterra non serve il consenso della famiglia: è una decisione medica. È stato straziante doverli poi allontanare fisicamente da quella situazione. La famiglia non comprendeva cosa realmente stesse succedendo e anche solo doverli tenere fuori da quella porta è stato difficilissimo. È difficile spiegare a persone non del campo cosa significa dover staccare un ventilatore, basandosi su esami del sangue o RX, quando vedono di fronte una macchina che respira per te. Nonostante tutto, non è mai abbastanza».
Articolo realizzato nell’ambito del Progetto FISE- Europe Direct Terni – Comune di Terni –Dip. di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, con il cofinanziamento della Commissione Europea

