©Fabrizio Troccoli

di Lorenzo Borzuola

La cosa più importante è restare a casa. Da giorni è ormai questa la politica adottata e valida per tutti i cittadini e non solo d’Italia. C’è chi, tuttavia, non può permettersi di stare a casa ed approfittare dello “smart working”. Giacomo, giovane dipendente in un supermercato del perugino, come moltissimi altri, è rimasto anche lui a lavorare. Con grande spirito d’iniziativa e anche coraggio, non potendo restare con la sua famiglia, aiuta, con il proprio lavoro, il suo paese e il normale e quotidiano scambio di merci. Qui la sua testimonianza.

Quando inizi a lavorare, pensi mai di poter essere contagiato?
«Sinceramente no. Quando, insieme ai miei colleghi, attacchiamo con il lavoro, nessuno di noi ha tempo per pensare al peggio. Prima di iniziare a lavorare non possiamo permetterci, e non lo vogliamo neanche, di essere pessimisti. Torniamo a casa distrutti. Questo non è una novità da qualche settimana. Tuttavia, abbiamo dentro di noi un profondo senso di orgoglio nell’aiutare il nostro paese».

Com’è lavorare in questa situazione?
«Lavorare in questo momento è difficile. Questo senso di difficoltà non deriva solo dall’orario di lavoro che, naturalmente, si è allungato. Dobbiamo fare in modo che i prodotti non manchino mai e che arrivino sempre in orario. Anche se questo non accade sempre».

Quali sono le problematiche che riscontri, e riscontrate, più frequentemente in questi giorni?
«Uno dei problemi quotidiani, oltre ai ritardi dei trasporti per lo scarico delle merci, è la totale mancanza di prevenzione e rispetto che molti dei clienti hanno. Molte persone che vengono da noi a fare la spesa entrano senza le dovute precauzioni. Senza guanti e mascherine non rispettando la distanza di sicurezza. Molti di loro vengono ogni giorno per comprare piccole cose, senza rispettare il proprio turno e senza il minimo rispetto nei confronti di altri clienti o nei nostri. Altri, invece, vengono a comprare generi che non sono di prima qualità, come bevande alcoliche, per poi berle lì come se niente fosse. Poi c’è il grande problema di alcuni alimenti che iniziano a mancare. Da giorni mancano prodotti come lievito, farina, patate. Questo perché la gente cerca di prendere tutto quello che può, anche se non gli serve o anche se serve in misura inferiore, non lasciando niente al cliente successivo».

Come cercate di fare rispettare l’ordine all’interno del locale, e quali misure igieniche avete preso per gli altri e per voi stessi?
«Partiamo dal fatto che ogni sorta di prodotto, come Amuchina, disinfettanti, mascherine e guanti, ci è stato distribuito o dai nostri datori di lavoro, o l’abbiamo comprato con i nostri soldi. Ognuno di noi, dal cassiere al magazziniere, dal banconista all’addetto macelleria, porta guanti e mascherina. Davanti al bancone macelleria e salumeria sono state applicate delle strisce per far rispettare la distanza di sicurezza. I clienti possono entrare solo quattro o cinque alla volta. All’ingresso, tuttavia, si crea sempre una grande calca sin dalle prime ore del mattino. Sia ai banconi sia alle casse, la gente è sempre impaziente. Non rispetta la distanza di sicurezza, e cerca sempre di passare avanti, senza il minimo rispetto degli altri. Noi cerchiamo di fare tutto ciò che è possibile per mantenere l’ordine. Molte volte è del tutto inutile».

Vi sentite tutelati dai vostri superiori e dallo Stato?
«Arrivano delle spinte che ci permettono di fare e dare di più, delle gratifiche che, sebbene non altissime, sono pur sempre un aiuto in più. Lo Stato dovrebbe venirci incontro, ora più che mai. Siamo comunque contenti della decisione presa dal Comune in queste ultime settimane: quella di mettere a disposizione dei dipendenti esterni per incrementare la spesa a domicilio. In questo modo la gente si sente più sicura e protetta, e naturalmente lo siamo anche noi».

Senti che la tua vita è cambiata?
«Eccome. È cambiata molto e si fa davvero fatica ad arrivare alla fine del turno. Sono giovane, ma la mole di lavoro è enorme e lo stress comincia a farsi sentire. Comunque, non penso mai al peggio. Sarebbe inutile pensarci. Non ho paura. Non ci penso mai. Il lavoro è molto e, nonostante la gratifica, sono davvero provato. Ma continuo a farlo perché è un mio dovere e sento di volerlo fare per il bene del mio paese».

Articolo realizzato nell’ambito del Progetto FISE- Europe Direct Terni – Comune di Terni –Dip. di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, con il cofinanziamento della Commissione Europea

 

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