di Lucia Caruso
Il secondo appuntamento della rassegna musicale Contagio a Umbrò è stato siglato, giovedì 19 novembre, da due musicisti made in Umbria ormai accreditati a livello europeo: il clarinettista Mosè Chiavoni e il fisarmonicista Luciano Biondini.
I due artisti Due artisti con percorsi paralleli nel mondo di una passione, la musica, che si è presto trasformata in qualcosa di più. Chiavoni, diplomato in clarinetto al Conservatorio Morlacchi di Perugia, col massimo dei voti, ha frequentato i corsi di musica contemporanea della New York University ed il D.A.M.S. di Bologna per poi affermarsi sulla scena nazionale. Tra le sue collaborazioni anche quelle con Fratelli Mancuso, Battista Lena e Francesco Ciarfuglia. Biondini prende in mano la fisarmonica giovanissimo, aveva appena 10 anni e dopo una formazione classica si afferma come esponente della fisarmonica jazz. Gabriele Mirabassi, Enrico Rava, Tony Scott, Enzo Pietropaoli, Ivano Fossati, Gianmaria Testa, Fabrizio Bosso, Rita Marcotulli, sono solo alcuni dei nomi con i quali ha collaborato.
Rosso A tenere insieme i due musicisti anche una grande amicizia che esce forte e appassionante nella loro esibizione. “Rosso”, l’album frutto del lavoro del duo, sul palcoscenico di Umbrò, esce fuori in tutta la sua straordinaria energia. Il loro repertorio è contrassegnato dall’attenzione verso la musica etnica con particolare occhio verso il genere klezmer, che è la musica popolare ebraica. Chiavoni e Biondini ne prendono il ritmo incalzante e l’espressività melodica fondendo sonorità mittleruopee e influenze mediterranee e spaziando tra folk e jazz con eleganza e sfrontatezza.
Il concerto Biondini con la sua fisarmonica, che si abbraccia e che accarezza come fosse la sua amante prediletta, è rapito dalla magia di quei tasti come se fosse sempre il primo incontro con loro. La apre come un ventaglio e ne respira l’essenza e la forza. Chiavoni invece si destreggia con l’intera famiglia del clarinetto e a ogni fiato sa dare il sussulto necessario a rendere il suono qualcosa di unico. I due si guardano, giocano e improvvisano. Si avverte l’intesa che li lega. Mentre suonano gli occhi sono chiusi, la mente avvolta nel mistero sacro della musica. Sono in una dimensione altra, in cui catapultano anche il pubblico che applaude, e che chiede di continuare a perdersi tra quelle note.
