di Gordon Brasco
Dopo una presentazione agli Oscar di quest’anno arriva anche nelle nostre sale il film che per la prima volta ha rappresentato l’Afganistan a degli Academy Awards. Bello anzi bellissimo è quello che a caldo ci viene da dire…tutto funziona in questi cento minuti di racconto straziante ma dolcissimo, un tuffo in una realtà così distante dalla nostra da risultare più aliena di qualsiasi civiltà descritta sul grande schermo da serie cult come Star Wars o similari. Culture distanti dicevamo, eppure capaci di scambiarsi emozioni, perché al centro della storia c’è sempre l’uomo e la sua eterna lotta contro il dolore, l’umiliazione e l’ignoranza. La protagonista è l’affascinante Golshifteh Farahani (Pollo con le prugne di Marjan Satrapi del 2011) che dismessi i panni occidentali si cala in quelli natii di una anonima cittadina mediorientale: anonima perché non sappiamo dove i fatti si svolgono né sappiamo come si chiami la protagonista. Tutto concorre a delineare un non-luogo che sia invisibile alle mappe e per questo riconoscibile ovunque…localizzare questa storia non ha senso perché è il suo contenuto che è importante, è quello che ascoltiamo dai racconti di questa giovane donna che accudisce il proprio marito oramai inerte che rende vero il mondo che la circonda, non viceversa.
Equilibrio perfetto Perfetto anche l’equilibrio con il quale il regista ci pone di fronte alla questione più spinosa per noi occidentali, la religiosità musulmana, vista da molti come un pericolo o come un corpo estraneo alle radici della nostra civiltà: Rahimi non fa sconti, da un lato c’è il Corano come fonte di speranza e forza per la giovane protagonista ma che diventa morte e distruzione nelle strade dove rincorrono gli echi di una guerra che incalza. A completare il tutto una fotografia incredibilmente vivida e abbagliante, con scorci suggestivi tra i dedali di questa città mediorientale che a volte inquietano e a volte sorprendono per la loro ruvida bellezza. Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo film? Secondo noi si: è una storia incredibilmente emozionante, recitata benissimo da un’attrice che riesce a trasmettere la fatica di essere donna in una cultura che non ammette parità o vie di fuga, eppure è la stessa cultura che le dona serenità e forza attraverso il libro più prezioso per un mussulmano, il Corano, contraddizioni apparentemente inconciliabili che la protagonista vive e racconta in modo perfetto.
Un film di Atiq Rahimi. Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. Titolo originale: Syngué Sabour. Drammatico, durata 103 min. Francia, Germania, Afghanistan 2012. Parthenos.
Trama: Da qualche parte in Afghanistan – o da qualche altra parte, in un paese distrutto dalla guerra – una giovane donna sui trent’anni, bada a suo marito, un uomo più grande di lei, in una stanza fatiscente. L’uomo è stato ridotto in stato vegetativo da una pallottola nel collo, e non solo è stato abbandonato dai suoi compagni della Jihad, ma anche dai suoi fratelli. Uno giorno, la donna decide di dire a suo marito – che non può parlare – tutto ciò che pensa del loro rapporto. Gli parla della sua infanzia, della sua sofferenza, la sua frustrazione, la sua solitudine, i suoi sogni, i suoi desideri. Gli dice cose di cui non gli ha mai parlato, nonostante siano sposati da dieci anni. Per incanto, l’uomo si trasforma in una magica pietra che secondo la mitologia persiana, può liberare la persona che ha di fronte, dalla solitudine e dalla sofferenza.
Perugia
Cinematografo Sant’Angelo: 18.30 21.15
