di Maurizio Troccoli

Potrebbe partire dalla fine il ricordo di quel nonno bianco. Perché anche in questo caso la fine potrebbe segnare un nuovo inizio. Papa Giovanni Paolo II sta per essere proclamato beato. Il giorno dei suoi funerali un soffio di vento sfogliava il libro sacro appoggiato sulla sua umile, povera, semplice bara di legno chiaro. E quel soffio di vento sfogliava ogni pagina, senza risparmiarne una. Senza risparmiare neppure la copertina che fu chiusa dal vento come una storia che si chiude senza potere essere più aperta. E già da lì in poi se ne aprirà un’altra. Bianca, candida, trasparente proprio come quell’abito che indossava, quei capelli che lo rendevano ancor più dolce di quanto il suo volto fosse in grado di esprimere, come quelle mani che chi ha avuto la fortuna di toccare, come chi scrive, sa bene di avere avvertito una sensazione tanto insolita quanto unica.

Ogni pagina sfogliata dal vento era il nastro che si riavvolge di una storia intensa che in un umile uomo racchiude l’essenza di una umanità che attorno a quella figura ha consumato il secolo più veloce della storia di tutti i tempi. Su quelle fragili spalle il peso insostenibile, quanto quello della croce, delle contraddizioni, della violenza, dell’opulenza, della distrazione, di una umanità apparentemente disumana che lui non ha rinunciato ad abbracciare, ad amare a trasformare. Quelle pagine raccontano un uomo sul cui corpo si fiondavano le piccole e smaniose braccia dei bambini che desideravano stringerlo forte a se, come fosse il nonno, il padre che hanno sempre desiderato avere. Raccontano quel corpo rispettato da chi non credeva, come le più grandi figure della storia di quegli anni che dinnanzi al piccolo papa polacco scioglievano la propria austerità in un abbraccio riconoscente. Chi non ricorda l’incontro con Fidel Castro, con Arafat, chi non ricorda l’amicizia fraterna con Sandro Pertini al cui capezzale il papa volle rimanere nonostante non gli fu concesso di varcare la soglia della sua stanza di rianimazione. Chi non ricorda la sua visita in Sicilia e quell’urlo impetuoso rivolto agli uomini di mafia: convertitevi, come ad offrire loro ancora un’ultima possibilità di salvezza, come Cristo sulla croce che al Padre chiese il perdono per i suoi flagellatori che «non sanno quello che fanno».

Giovanni Paolo II, un uomo imprevedibile agli occhi del mondo ancorché agli occhi della chiesa. Quella chiesa che faticava e non poco a rincorrerlo nella sua intraprendenza, nella sua capacità di sguardo e di azione. Giovanni Paolo II, l’uomo del perdono che si inginocchia dinnanzi agli uomini, alla comunità ebraica, chiedendo loro di essere perdonato per gli errori che la chiesa ha compiuto e che la storia ha raccontato. Troppo profonda quell’umiltà e quell’amore per ogni creatura da essere immediatamente compresa dalla chiesa. Giovanni Paolo II, l’uomo del dolore, quel dolore fisico il suo, che lo attanagliava ma che lui avversava quando bisognava fare spazio ad un sorriso che lui riusciva a scolpire sul suo volto rigido di sofferenza. Quando doveva fare spazio ad un abbraccio alle folle, nonostante le braccia pesavano come macigni, quando bisognava emettere ancora un sussurro, un ultimo saluto dalla finestra che affaccia su piazza San Pietro, poche ore prima della sua ultima dipartita. Quel corpo dolorante, pesante e insostenibile, come segno speculare alla fisicità ostentata del tempo da lui vissuto. Un sibilo silenzioso quel corpo che senza proferir parola parlava più di quanto la società fosse in grado di manifestare attraverso l’opulenza del fisico perfetto portato ad emblema di un’epoca dei consumi nella quale il corpo umano diventa un orpello di fascino e seduzione.

Quel vento continuava a sfogliare le pagine come un invito a non dimenticare. L’uomo della povertà che ha amato i poveri e li ha voluti incontrare nei più di cento viaggi che l’hanno visto attraversare i continenti per essere uno di loro, uno di quei bambini, uno di quei sofferenti, uno di quegli alleati dei santi e dei missionari in terre aride e deserte di nutrimento, di fede e di umanità, come madre Teresa di Calcutta. Quella povertà che lui indagava perché sapeva che è nell’aridità più insostenibile che si aprono le autostrade che portano a Dio. Sorella povertà che san Francesco ha scelto come compagna inseparabile nella sua vita, di cui Wojtyla si è innamorato, consapevole, anche in questo caso, di quanto sia stato complicato il percorso di Francesco il poverello di Assisi, verso il papa di allora e verso la chiesa di allora. Papa Giovanni Paolo II ha fatto visita a quella tomba in più occasioni, inginocchiandosi dinnanzi alla santità di Francesco e pregando per la pace che non può non passare attraverso una scelta di umiltà.

«Mai più la guerra» disse e ripeteva negli anni «c’è ancora spazio per la pace» ai potenti uomini di stato che sceglievano le armi e le aggressioni dei popoli inermi, ricordando loro che «quella è una via senza ritorno». Il papa che portava addosso i segni della seconda grande guerra e della divisione del mondo tra il blocco sovietico e quello atlantico. Quel piccolo uomo bianco che il comunismo osteggiava, anche come protagonista silenzioso del movimento Solidarnosc, ma che poi in uno dei suoi incontri con Gorbaciov, ultimo uomo della Russia comunista, in quel momento che il comunismo era completamente tramontato, qualche elemento di preoccupazione lo attraversava per l’attenzione che da quel punto in poi si sarebbe data agli aspetti sociali dell’umanità. La politica, la mediazione, il dialogo, la diplomazia, tutto passava attraverso la corporeità di una figura fragile che con uno sguardo sincero, stracolmo di amore anche verso il più meschino degli uomini, era in grado di trasformare uomini, mondi e aspetti granitici, monolitici, inamovibili. Gente di scienza, atei convinti, dittatori atroci, capi di Stato che muovono flotte e armamenti che fanno tremare l’intero pianeta come Bush padre e Bush figlio, al suo fianco recuperavano la cifra umana che il loro ruolo teneva costantemente in ombra.

Il vento sfoglia quel libro e una volta chiuso si fanno i conti dei miracoli che Wojtyla ha compiuto. Già da quando era in vita. Miracoli di guarigione, concreti e anche già riconosciuti dalla chiesa, come quello della suora francese ammalata di Parkinson, il morbo che tentò di tenere in prigione il dolce corpo del dolce papa. Ma i miracoli più grandi sono i tantissimi cuori umani convertiti all’amore verso gli altri, di cui anche chi scrive è testimone. In quelle giornate mondiali della gioventù da lui fortemente volute, eravamo la generazione che non sapeva di essere riconosciuta come papa boys, ma tali eravamo. Noi rendevamo autenticamente felice il nostro mitico nonno bianco e lui autenticamente rendeva felici quelle distese interminabili di giovani che alla sua vista sentivano il proprio cuore incontenibilmente stracolmo di gioia e di desiderio di trasformare il pianeta. Lo abbiamo sognato con lui un mondo più giusto, più ottimista, più generoso con ogni creatura. E lui ci ha detto che questo è possibile. Ce l’ha detto un piccolo uomo che ci ha offerto la possibilità di conoscere, accarezzare, abbracciare un santo mentre era in vita. Sapeva farsi piccolo per fare grande il messaggio di Gesù. Come un fragore dirompente che solo il silenzio è in grado di esprimere.

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