di Paolo Coletti
L’Umbria brilla come mai prima d’ora… almeno agli occhi dei turisti. Nel secondo trimestre del 2025 sono arrivati 930.206 visitatori (+11,2 per cento) che hanno generato 2.247.114 presenze (+13), con una permanenza media di 2,4 giorni, in crescita. Merito di borghi instagrammabili, cammini spirituali e ristoranti pieni anche il martedì. Gli americani la adorano, i tedeschi la fotografano, i cinesi la esplorano. E gli umbri? Sperano che questo successo duri più di una stagione.
Ma c’è un piccolo dettaglio: non si vive di valigie e strangozzi, almeno non tutto l’anno. Il turismo è come il gelato: piace a tutti, ma se non lo si mangia velocemente si scioglie. Anche se, va detto, l’Umbria ha imparato a conservarlo bene: secondo il report Dataview, il turismo è ben distribuito lungo l’anno, con un basso indice di stagionalità. Il coefficiente di Gini mensile è 0,259 per Perugia e 0,253 per Terni, entrambi migliori della media nazionale, segno che i flussi turistici non si concentrano solo in estate, ma si spalmano con equilibrio anche nei mesi più freddi.
Un risultato che premia gli sforzi di promozione e la capacità di attrarre visitatori fuori dai soliti ponti e festività. Ma l’occupazione resta fragile e il lavoro spesso precario. E mentre si investe in promozioni turistiche, la manifattura perde colpi: -255 imprese tra il 2019 e il 2023, con cali pesanti nel sistema moda (-5,6 per cento), nel sistema casa (-5,2) e nei macchinari (-8,5). Se la tendenza continua, l’Umbria rischia di trasformarsi da “cuore verde d’Italia” a parco giochi a pagamento.
In tutto questo entra in scena la Zes (Zona economica speciale), con le sue promesse di semplificazioni e incentivi per chi decide di produrre in Umbria. Secondo le stime (pubblicate il 5 agosto proprio da Umbria 24):
Scenario realistico: +2,5% del PIL, pari a 700 milioni di euro
Scenario ottimistico: +4,5% del PIL, ovvero 1 miliardo e 240 milioni
Ma senza fondi certi e una regia lungimirante, la ZES rischia di diventare una sigla da convegno, più che un volano per lo sviluppo. Le imprese vogliono un aiuto reale agli investimenti, non acronimi.
E allora che fare? Ecco tre proposte da mettere in valigia insieme alle cartoline:
Trasformare il turismo in industria: destagionalizzare (ci siamo quasi), integrare con artigianato e agroalimentare, investire nella formazione. Rianimare la manifattura: favorire la reindustrializzazione e sostenere chi produce, innova e esporta. Creare ponti, non solo sentieri: migliorare le infrastrutture, a partire dai treni per Roma che viaggiano più lentamente dei pellegrini. Quindi l’Umbria deve scegliere se essere una regione viva o un weekend perfetto. La bellezza non basta. Servono produzione, visione e politiche industriali. Il turismo deve diventare alleato dello sviluppo, non il suo surrogato.
