di Mario Bravi, Lucia Rossi e Attilio Romanelli*

Lo sciopero e la manifestazione del 15 novembre, oltre alle questioni nazionali, erano caratterizzati dalla necessità di ridare centralità al tema del lavoro in Umbria nella consapevolezza che il tessuto produttivo regionale è articolato con differenze sostanziali nei territori e dove le maggiori criticità sono date dalle crisi aziendali che si sono evidenziate nel corso di questi anni.

La crisi con la quale si deve confrontare il ternano non può essere affrontata solo con gli strumenti ordinari. A dirlo, peraltro, sono i numeri: nel primo semestre del 2013 il numero delle imprese operanti nel territorio ha toccato il minimo storico, mentre i dati relativi alla cassa integrazione, con il crollo di quella ‘in deroga’ e il massiccio incremento di quella ‘straordinaria’, confermano una tendenza ormai consolidata: le aziende medie e piccole chiudono e le grandi ristrutturano con perdite notevoli.

La priorità, per Terni e non solo, deve essere il lavoro e per questo è necessario un salto di qualità nelle strategie del governo. Vanno trovate le opportune risorse, che devono essere concentrate in quelle realtà, territoriali e imprenditoriali, che offrono maggiori opportunità di rilancio e quella ternana, per qualità e quantità di aziende è senza dubbio una di queste, Terni può diventare il luogo in cui sperimentare nuove strategie.

C’è l’Ast, a cui garantire un futuro, c’è il polo chimico da riprogettare, c’è il settore agroalimentare con specifico riferimento alla Sangemini e c’è tutta la rete di medie e piccole imprese che, anche per le difficoltà di quelle più grandi, sono in grave affanno. Una serie di situazioni che necessitano di scelte chiare e decise. È necessario, mettere in rapporto scelte nazionali e progetti territoriali, politiche dedicate alle infrastrutture e all’approvvigionamento energetico, per questo è necessario inserire quella ternana tra le aree di crisi industriale complessa attivando tutti gli strumenti che questo prevede.

Nel territorio di Terni ci sono stati, negli anni passati, strumenti di programmazione negoziata che hanno consentito l’utilizzo di risorse nazionali come la legge 181/89 che interveniva su programmi di promozione industriale per far fronte alla crisi dei settori industriali, in particolare quello siderurgico. Il contratto d’area nacque con lo spirito di ridare ruolo al tessuto industriale dell’area Terni/Narni/Spoleto riconoscendo un’affinità territoriale e un processo di deindustrializzazione in atto.

Allo stato attuale non ci sono interventi e strumenti che insistono nel territorio di Terni, anche quelli legati al patto di territorio del 2005 non hanno trovato mai una concreta realizzazione. Si assiste invece ad un progressivo restringimento della base produttiva con crisi conclamate e chiusure aziendali, la fase più acuta è data dal processo di deindustrializzazione dell’area chimica e dagli effetti del processo di vendita delle acciaierie. E’ necessario trovare soluzioni che possono rappresentare un paradigma per affrontare in una logica non difensiva e di salvataggio, ma di nuova politica industriale per il rilancio di fondamentali settori di base dell’industria italiana.

Per questo è necessario intervenire con una strategia di reindustrializzazione attraverso un organico intervento nazionale che è oggi possibile solo subordinatamente al riconoscimento dello status di “crisi industriale complessa” e che tale riconoscimento è dato dalla somma di alcuni indicatori che rilevano la recessione economica e la perdita occupazionale che assumono carattere nazionale.

Partire dalle difficoltà del tessuto produttivo industriale significa riconoscere i problemi e per questa via tentare di ridisegnare il territorio con interventi che diano conto della vocazione manifatturiera e non della finanziarizzazione dell’economia. Andare verso la frontiera dei materiali speciali e innovativi e della chimica verde facendo diventare Terni città industriale di carattere nazionale con produzioni strategiche per il Paese è l’obiettivo che la comunità deve porsi.

La discussione di questi giorni deve indurre a riflettere su ciò che è avvenuto in questi anni, ma, soprattutto indicare una prospettiva di cambiamento che necessariamente passa attraverso il riconoscimento di una situazione problematica sul versante dell’occupazione e delle crisi aziendali, questo significa dare al territorio ternano una connotazione marginale? Questo invece significa dare concretezza alla necessità di interventi maggiormente incisivi sul versante della reindustrializzazione.

Il contratto d’area ha avuto il merito di progettare un futuro industriale con insediamenti produttivi e con risorse, di cui hanno beneficiato imprese degne di nota del nostro territorio e anche multinazionali, riproporre il tema delle risorse da destinare a progetti e insediamenti industriali in grado di garantire occupazione e sviluppo, appare la priorità dell’oggi.

Su questa discussione che ha caratteristiche regionali e nazionali, ci siano novità importanti, come il documento sottoscritto nel mese di settembre, tra Camusso, Bonanni, Angeletti e il presidente di Confindustria, Squinzi. Perché non avviare il confronto anche nella nostra regione partendo dai punti indicati prima?

*Della Cgil Umbria

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