Il procuratore generale di Perugia ha sottolineato come il tema della separazione delle carriere nella magistratura non sia un argomento riservato agli specialisti del diritto, ma riguardi l’intera collettività, vista la proposta di riforma costituzionale che potrebbe essere sottoposta a referendum il prossimo anno. Ha precisato che «non si tratta di una riforma della giustizia in senso ampio, ma di una modifica dell’ordinamento giudiziario, volta a eliminare l’unità della giurisdizione che fino ad oggi unisce giudici e pubblici ministeri in un unico corpo della magistratura».
Secondo il procuratore generale, il progetto di riforma «non mira direttamente a risolvere problemi come l’accelerazione dei processi, la riduzione degli errori giudiziari o il miglioramento delle infrastrutture giudiziarie. Al contrario, si propone di migliorare la qualità della magistratura attraverso una separazione costituzionale che creerebbe due assetti distinti, dividendo cioè il corpo unico attuale rappresentato dal Consiglio superiore della magistratura (Csm) in due entità separate».
L’intervento evidenzia come, già dalla riforma Cartabia del 2022, le funzioni di giudice e pubblico ministero siano sostanzialmente separate, limitando il passaggio tra i due ruoli a un solo trasferimento nella vita lavorativa che comporta inoltre cambiamenti di distretto. Il punto cruciale della nuova riforma sarebbe quindi la «scissione dell’attuale Csm in due organi distinti, indebolendo così la loro autorevolezza e sostituendo l’attuale meccanismo elettorale con un sistema di nomina a sorteggio. Questa modifica, oltre a essere economicamente dispendiosa, limita la possibilità dei magistrati di eleggere i propri rappresentanti, condizionando anche la responsabilità politica di chi siede nel Csm».
Il procuratore generale mette in guardia dal pensare che questa riforma possa ridurre le polemiche sull’operato della magistratura. La creazione di un Csm separato e autonomo per i pubblici ministeri, che risponderebbero solo a se stessi, «potrebbe invece accentuare un eccesso di autoreferenzialità e un aumento del loro potere rispetto allo status attuale». Per arginare questo rischio, secondo il procuratore generale, si dovrebbe valutare «un intervento che sottoponga i pubblici ministeri al potere esecutivo o limiti l’azione penale obbligatoria, attribuendo discrezionalità nella sua esercitazione, da non affidare però esclusivamente al potere giudiziario». Interventi di questo tipo «rischierebbero però di ridurre ulteriormente le garanzie giurisdizionali fondamentali per la divisione dei poteri in uno Stato di diritto».
Infine, il procuratore generale evidenzia come il dibattito sulla separazione delle carriere non possa essere scollegato dalla collocazione istituzionale dell’ufficio del pubblico ministero. Richiamare esperienze straniere senza considerare le specificità della Costituzione italiana «risulta fuorviante, così come concentrarsi solo sugli aspetti carrieristici senza prevedere bilanciamenti di poteri adeguati». Nel contesto attuale, «è importante evitare rappresentazioni superficiali o demagogiche di una materia complessa come quella dell’azione giudiziaria».
In conclusione, il procuratore generale afferma che la riforma in discussione, che si vorrebbe approvare rapidamente in Parlamento per arrivare al referendum, «non è un semplice sondaggio sull’opinione pubblica riguardo alla magistratura. Non basta infatti misurare il grado di soddisfazione dell’opinione pubblica, spesso influenzato da campagne di discredito verso la magistratura provenienti da alcuni media e politici. Piuttosto, si tratta di ridefinire costituzionalmente la figura del pubblico ministero, trasformandolo da organo di giustizia, attento al quadro giurisdizionale, a mero rappresentante dell’accusa, il cui principale interesse diventerebbe il risultato più che le garanzie per i cittadini».
