L'info grafica pubblicata su Nature

di Francesco Della Porta

L’ attenzione della scienza per i rischi ambientali ha ormai mezzo secolo. Infatti nel 1972 usci’ I limiti dello sviluppo, del Mit / club di Roma, prima indagine scientifica sui danni ambientali. Tuttavia il rapporto tra scienza e ambiente resta tormentato: la cautela nel collegare cause ed effetti è propria di ogni scienziato rigoroso e di ogni giornale scientifico autorevole: le regole della scienza tradizionale richiedono forti evidenze per individuare l’effetto dannoso e i suoi responsabili.

Un articolo uscito su Nature questo settembre potrebbe segnare un punto di svolta. Per la prima volta undici dei più prestigiosi istituiti occidentali di ricerca sul clima hanno pubblicato un elenco di 180 stati e imprese responsabili di oltre metà del riscaldamento globale.

L’ articolo intitolato ‘Systematic attribution of heatwaves to the emission of carbon majors‘, pubblicato sul volume 645 di ‘Nature’ attribuisce con precisione statistica la responsabilità che i 180 maggiori emettitori di Co2 e metano hanno avuto nel causare eventi climatici estremi tra il 1854 e il 2023.

APPROFONDIMENTO SCIENTIFICO

Si tratta di 180 aziende, stati, o individui, e il peso della loro responsabilità è schiacciante: i primi 14 di questi “grandi inquinatori” hanno generato da soli il 25% delle emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale. Tra questi spiccano ex Unione Sovietica, Cina (carbone, cemento e petrolio), Saudi Aramco, Gazprom, Exxon Mobil, Bp, Shell e le altre grandi aziende petrolchimiche private e pubbliche. Altri 166 stati o imprese sono responsabili per il 26%. Delle restanti emissioni di Co2 e Ch4, meno della metà del totale, è responsabile  tutto il resto del mondo.

Per stabilire il contributo di ciascuna azienda o stato si sono sommate le emissioni riferibili alla catena del valore dei prodotti di ognuno, includendo investimenti, produzione e consumo o vendita, dal 1854 al 2023.

L’articolo analizza inoltre 226 ondate di calore avvenute dal 1950 al 2023, verificando quanto ciascuna sia stata causata o aggravata dal cambiamento climatico. In 218 casi su 226 almeno in parte la responsabilità per il riscaldamento globale è dovuta alle emissioni dei grandi inquinatori, con un aumento di temperatura che si è intensificato negli ultimi decenni, superando in media i 2,2 gradi Celsius per gli eventi più recenti. Almeno 55 ondate di calore sarebbero state impossibili senza il riscaldamento globale di origine industriale.

Assegnare nome e cognome ai responsabili del riscaldamento globale è di particolare interesse dal punto di vista giuridico. Lo studio di Nature potrebbe diventare un elemento chiave nei procedimenti giudiziari contro stati e aziende responsabili dei danni climatici e sanitari, che in questi anni stanno diventando frequenti. Tre sentenze recenti ne confermano la rilevanza.

Un gruppo di 2500 anziane signore svizzere aveva denunciato la Repubblica elvetica perchè il riscaldamento globale danneggia la loro salute, e perchè  il loro governo non fa abbastanza per arginarlo. Nel 2024 la Corte europea dei diritti umani ha dato loro ragione, condannando la Svizzera in quanto l’inerzia dello stato nei confronti dei rischi climatici può violare il diritto alla vita.

Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite ha ribadito che gli stati hanno obblighi giuridici concreti di mitigazione climatica e devono regolare i combustibili fossili per evitare l’insicurezza climatica. Infine, la sentenza della Cassazione italiana n. 20381/2025 ha riconosciuto la competenza dei tribunali ordinari a giudicare cause per danni da cambiamento climatico.

Queste pronunce assegnano agli stati il compito di applicare il principio di precauzione, che impone di prevenire danni ambientali e sanitari anche in presenza di incertezza scientifica. Se dunque la cautela impone alla scienza prudenza nall’attribuire cause e responsabilità precise, quella stessa cautela impone agli stati di agire tempestivamente per prevenire possibili rischi. Quando poi la cautela degli scienziati cede il passo a prove certe, come è il caso dell’articolo di Nature, il principio di precauzione diventa per le pubbliche amministrazioni una scelta obbligata. Non solo: se i nomi dei responsabili del riscaldamento globale sono noti, i tribunali di quegli stati possono  obbligarli ad agire per mitigarlo.

La sfida ambientale e sanitaria si gioca ora su un doppio fronte: la responsabilizzazione giuridica degli emettitori di gas serra e la rigorosa applicazione del principio di precauzione, per prevenire danni da agenti chimici emergenti, su cui la comunità scientifica continua a richiamare con forza l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica.

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