di Hollus
Arrivato con National Ransom al trentaquattresimo album, Elvis Costello si conferma uno dei maestri nell’arte di scrivere canzoni: le sue collaborazioni (Bacharach, Frisell, McCartney, Brian Eno ) e la sua capacità nell’attraversare generi e stagioni ne fanno un protagonista assoluto della scena musicale degli ultimi trent’anni.
Che siano dunque prolificità ed eclettismo a far storcere il naso ad una parte della critica? Nelle recensioni dedicate al suo ultimo disco, infatti, i termini che ricorrono con una certa frequenza , nell’intenzione di sminurne rilevanza e valore, sono quelli di artigiano, fabbro, apprendista e via di seguito. Oltre che per la cognizione storica dei mestieri, questa critica è interessante per l’idea di arte che sostiene: genio e sregolatezza, sembra dire, mal si conciliano con il lavoro alla mola. L’arte ha più a che fare con il raptus che con il paziente lavorio di scrittura e riscrittura: non è un mestiere i cui trucchi si svelano all’esperienza solo dopo innumerevoli tentativi a vuoto e passi falsi, proprio come accade nella bottega di un fabbro o di un falegname.
Curioso allora, che siano proprio analogie come questa a tornare più spesso nella descrizione che del proprio lavoro danno i maggiori tra scrittori e musicisti (leggere ad esempio i due volumi editi da minimum fax: Songwriters. Interviste sull’arte di scrivere canzoni)
National Ransom, registrato in undici giorni tra Nashville e Los Angeles e prodotto da T Bone Burnett, conferma quanto scritto. Il trittico iniziale (la title-track, Jimmie standing in the rain, Stations of the cross ) è un sunto dell’arte del nostro, geniale architettura e inaudita abilità melodica. Nel disco c’è di tutto: country, jazz, rock e nonostante una tale varietà di stili, si ha la convinzione di aver ascoltato un lavoro unitario e omogeneo dove altri riuscirebbero a collezionare giusto una manciata di canzoni slegate.
Fatevi un regalo.

