Federico Giunti, nuovo allenatore del Perugia

di Mario Mariano

Ci sono treni su cui si sale e che portano a destinazione, ma ci sono anche treni che si perdono, e occorre munirsi di santa pazienza in attesa di quello successivo.

Poi ci sono treni che obbligano i passeggeri in un punto qualsiasi del viaggio ed è necessario scendere senza farsi troppe domande sul perché dell’incidente. Federico Giunti, classe 1971, nato sotto il segno del leone, ha viaggiato per 15 lunghi anni sui treni di categoria superiore, una carriera da calciatore importante, che lo mette in una posizione di privilegio come calciatore umbro di più lunga militanza nel calcio professionistico, assieme a Tacconi ed Antognoni, che in Umbria sono solo transitati all’inizio delle loro carriere. Giunti ha collezionato 168 partite con la maglia del grifo, impreziosite da 24 reti, stagioni magiche, ricordi incancellabili, anche se il finale è stato amaro (retrocessione in B con la sconfitta di Piacenza).

Poi tante altri traguardi con tre stagioni al Milan di Zaccheroni, scudetto e Scala del calcio frequentata con grande fierezza. Fermiamoci qui, altrimenti sarebbe troppo lungo il racconto di ciò che è stato. «Ho attaccato le scarpe al classico chiodo chiuso nel 2008 con il Treviso, ma non ho accusato alcun trauma o disagio psicologicamente: il passaggio da calciatore ad allenatore, è stato assorbito bene perché mi sono ritrovato ad utilizzare il mio tempo a contatto con un campo da calcio, con gente che ha la mia stessa passione. Dalla vita ho ricevuto molto, il calcio mi ha fatto conoscere il mondo, una moltitudine di persone. Ho vinto e perduto, ma non ho rimorsi o rammarichi».

Possibile non aver mai fatto il paragone con ciò che sta capitano ad ex compagni come Allegri e Camplone, che hanno preso il largo anche come allenatori? «Recriminare non servirebbe a nulla. So che il cammino sarà lungo ma che ci sarà spazio anche per me. Sono orgoglioso, ma anche capace di fare autocritica, se alleno ancora tra i dilettanti vuol dire che devo migliorarmi. Ho avuto due opportunità (Foligno e Castel Rigone) ma per motivi diversi non ho raccolto i frutti del mio lavoro. Ed aggiungo: ho anche imparato, a mie spese, che le persone non si capiscono mai fino in fondo. Di Andrea e di Massimiliano, con il quale ho una lunga e collaudata amicizia che va oltre il calcio, sono amico: se loro sono molto più avanti di me, vuol dire sicuramente che loro sono più bravi, che sono saliti sul treno giusto al momento giusto.

Giunti, ad un passo dal ritorno a Perugia, come andarono le cose ? «La trattativa ci fu, ma questo è arcinoto. Andai a Fiano Romano più di una volta e fosse dipeso da Santopadre sarei stato io l’allenatore del grifo, ma c’erano un paio di ostacoli che si frapposero a quel desiderio: la tifoseria e Moneti che sostenevano la riconferma di Battistini, che aveva vinto due campionati. Quegli incontri mi sono stati utili, mi hanno permesso di apprezzare le capacità di un dirigente che secondo me è stato determinante nella passata stagione quando la squadra ebbe una flessione. Il presidente ha saputo gestire il periodo di crisi della squadra con grande energia, con una consumata abilità. In certe situazioni non è facile prendere decisioni, dare messaggi coerenti: Santopadre ci è riuscito. Ci sentiamo con una certa frequenza al telefono e credo che il confronto sia utile per entrambi. Aver giocato per tanti anni con la maglia della città dove sono nato è stato e sarà sempre un motivo di grande orgoglio. Arrivai su segnalazione di Walter Sabatini e firmai il contratto con il ds. Luigi Piedimonte. Né Ammoniaci né Papadopulo provarono a farmi giocare, ma con l’arrivo di Gaucci e Buffon, la mia carriera decollò e tra le persone che ricordo con maggior affetto e riconoscenza, lo dico chiaro e forte, c’è Luciano Gaucci. Che ebbe il solo torto di circondarsi, a volte, di qualche personaggio che faceva il gioco delle tre carte».

Nessuna voglia di parlare del periodo di Castel Rigone? «Nulla di cui pentirmi, la squadra infilò una serie lunghissima di risultati utili, nell’aria c’era una euforia incredibile, perché vincere piace a tutti, ma bastò una sconfitta per mandare tutto all’aria. Ma dopo un po’ me ne sono fatto una ragione: ho rafforzato la convinzione che nel calcio ciò che si afferma il sabato non vale più la domenica. Acqua passata, non credo certo di essere stato io il responsabile se la Società ha deciso di chiudere i battenti». Perugia capolista, dove può arrivare? Un giudizio di chi la serie B la conosce bene. «Ho visto tre partite al Curi e la squadra mi è sempre piaciuta. Certo, ci sono due reparti che mi convincono ed uno che va valutato sulla lunga distanza. Difesa e centrocampo sono eccellenti, con giocatori di personalità e giovani che andranno avanti, con carriere importanti. In attacco la squadra fa fatica, ma Camplone non ha bisogno di consigli. Piuttosto penso che occorrerà vedere come saprà reagire l’ambiente nel suo complesso quando dovesse esserci una flessione, vista anche la lunghezza della stagione. Se è difficile gestire le vittorie, figurarsi quanto lo è metabolizzare le sconfitte. Ma anche sotto questo aspetto il passato recente ha dimostrato che il Perugia è capace di risollevarsi. La capacità di gestione di Santopadre è una garanzia».

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