Il giudice Maurizio Santoloci

di Fabio Toni

«L’evoluzione, anche qualitativa, dei reati è un dato oggettivo. Bisogna essere onesti e chiari nel dire che siamo di fronte a nuove forme di delinquenza a cui non eravamo abituati. Le assurde violenze che accompagnano alcuni reati predatori, ne sono un esempio. Le leggi per contrastare questi fenomeni ci sono, ma la loro interpretazione va adeguata ai tempi attuali. Serve un cambio di passo». A parlare è Maurizio Santoloci, 56 anni, magistrato da oltre trenta. Gran parte della sua vita professionale l’ha trascorsa in Umbria, prima ad Amelia e poi a Terni. Nel tempo ha ricoperto anche importanti incarichi istituzionali, come quello di consigliere giuridico per il contrasto alla criminalità organizzata ambientale, a stretto contatto con tre diversi ministri dell’ambiente. Attualmente insegna tecniche di polizia giudiziaria nelle principali scuole di polizia nazionali. Il suo è il punto di vista di chi sta sul campo e vede la società cambiare. Non sempre nella direzione auspicata.

Punti di vista «In realtà – spiega il magistrato – il contesto sociale è in costante evoluzione. Basti pensare ai reati informatici che fino a qualche anno fa non esistevano. Oppure alle rapine compiute dietro la minaccia di una siringa. Trent’anni fa ci sarebbero apparse come un fatto trascurabile, poi il virus Hiv ha cambiato radicalmente il punto di vista pur essendo immutato il reato di rapina nel codice penale. Ma lo stesso avviene ora, con una criminalità che negli ultimi dieci-quindici anni ha modificato il suo Dna».

Violenza gratuitaIl magistrato spiega come la realtà restituisca una sproporzione tra il guadagno dell’atto criminoso e la sofferenza procurata: «In tanti casi di cronaca, ci troviamo davanti a una sproporzione fra l’utile diretto di chi pone in essere un reato, come ad esempio il bottino di una rapina, e la violenza con cui viene attuato. In alcune rapine in villa o ai danni di persone anziane, abbiamo avuto processi in cui sono emerse forme di violenza tanto forti quanto inutili». Un trend che si avverte di più in un contesto relativamente tranquillo come quello umbro. «Nelle grandi città – dice -, da anni ci sono sbarre alle finestre e sistemi di allarme. In molte realtà umbre, c’è chi lascia ancora la chiave sulla porta. Qui i cittadini sono tradizionalmente tranquilli e operosi, abituati a fidarsi. Anche per questo, impreparati a una criminalità di stampo violento».

Professionisti del crimine Il tema è delicato. Dalle analisi statistiche emerge come molti reati vengano commessi da cittadini stranieri. Maurizio Santoloci rifiuta le generalizzazioni: «Ci sono persone che vengono in Italia – spiega – per lavorare onestamente e col tempo si integrano nella società. Per loro, la tutela da parte delle istituzioni deve essere totale. Accanto agli onesti, purtroppo esiste una folta schiera di nullafacenti e nullatenenti il cui unico scopo è delinquere. Non hanno un lavoro e non lo cercano perché vivono di redditi occulti e provento di delitti. Spesso possiedono auto di grossa cilindrata, tre telefoni cellulari e pagano affitti elevati, nonostante un reddito dichiarato pari a zero. Quasi sempre sono gravati da denunce e condanne nei primi due gradi di giudizio ma non ancora definitive e dunque non trascritte sul certificato penale: per questo la loro fedina risulta pulita. Tutto ciò rappresenta un problema e non possiamo fare finta di nulla». Il magistrato si sofferma anche sul cosiddetto ‘turnover’: «Chi viene in Italia per delinquere, si ferma qualche anno, colleziona denunce e condanne e poi, quando il certificato penale inizia a registrare le prime condanne definitive, se ne va. Magari facendosi rimpiazzare da qualche amico o parente a cui trasmettere tutto il ‘know how’ fatto di conoscenza del territorio, dei soggetti che lo popolano e dei meccanismi da sfruttare per avere vita facile».

Le proposte La chiave di lettura per cambiare le cose sta nell’interpretazione delle leggi esistenti. Maurizio Santoloci avanza le sue proposte. «Il nostro sistema è giustamente garantista ma ha dei ‘buchi neri’. Il certificato penale ne è un esempio. In Italia ogni sentenza diventa definitiva solo dopo la Cassazione (oltre che nei rari casi di primi gradi di giudizio senza appello; ndr). Il punto è che fra primo grado e giudizio definitivo possono passare anche tre-quattro anni, durante i quali il certificato penale resta ‘pulito’ anche se si commettono altri reati. Questo status di apparente incensuratezza, permette ai delinquenti di ottenere tutta una serie di benefici di legge che vanno da condanne più miti a scarcerazioni facili, fino all’annullamento o all’attenuazione di eventuali ordinanze di custodia cautelare. Il tutto si basa sul fatto che se uno è incensurato, non può essere considerato socialmente pericoloso. Ma, permettetemi, in molti casi e nella realtà delle cose concrete non è affatto così».

Cambiare i criteri Nel decidere le misure cautelari, il magistrato avverte l’esigenza «di una nuova valutazione che superi il mero dato cartaceo dell’incensuratezza formale e che tenga conto di eventuali condanne e denunce in atto. Tutti aspetti che incidono sulla personalità e sulla pericolosità del soggetto. Un’altra questione – aggiunge – riguarda direttamente i comuni, perché la residenza dichiarata sul territorio può costituire un limite per la valutazione di un eventuale pericolo di fuga. Per questo è auspicabile una riflessione amministrativa sulle ‘residenzialità facili’ concesse a soggetti per nulla radicati sul territorio e presenti solo per delinquere. Gli stessi provvedimenti di espulsione vanno rielaborati. Spesso si realizzano nella consegna di un foglio senza alcun effetto pratico. È invece necessaria un’effettività reale e diretta delle espulsioni».

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