Patrizia Ramponi con il figlio Andrea Nardini

di Patrizia Ramponi*

Mio figlio Andrea è morto il 9 luglio 2009 a Passignano sul Trasimeno, travolto da un anziano che compiva una scellerata manovra di inversione ad U e a cui venne tolta la patente a vita perché le sue condizioni psicofisiche erano talmente gravi da ritenerlo pericoloso per se stesso e gli altri utenti della strada. Per il mio Andrea fu troppo tardi. La patente gli era stata rinnovata tre mesi prima, aveva firmato l’autocertificazione omettendo il suo vero stato di salute come la legge consente e per questo ci battiamo tanto che abbiamo inoltrato la nostra proposta al ministro delle Infrastrutture per reintrodurre l’obbligo della certificazione medica al momento del rinnovo. Volevo, da familiare di vittima della strada, esprimere una mia opinione per quanto riguarda la vicenda Di Lello. Purtroppo dissento dal chiamarli tutti incidenti stradali e generalizzare come è avvenuto in questi due giorni. Noi familiari di Andrea, insieme a tante associazioni ‘Vittime della Strada’ abbiamo lottato per l’introduzione del reato di omicidio stradale e continuiamo a lottare sul fronte della prevenzione. Sono più di tremila i morti ogni anno sulle nostre strade e 25 mila gli invalidi permanenti. Il caso Di Lello lo ritengo un caso di depressione grave e di abbandono a se stesso, ingabbiato nella sua disperazione perché non esistono centri di ascolto e di aiuto per chi improvvisamente si trova davanti al corpo senza vita di un familiare di un figlio. È sempre una semplice telefonata ad annunciare l’evento. Non dobbiamo dimenticare chi sceglie di togliersi la vita dopo la morte di un figlio ritenendo l’unico modo per ricongiunsi a lui. L’elaborazione del lutto richiede tempo molto tempo anni e non si arriva mai alla totale guarigione, non esiste, per questo i soldi stanziati che arrivano alle nostre Regioni devono essere utilizzati per quello a cui sono destinati. Per quanto riguarda i tempi della giustizia sono quelli del nostro sistema giudiziario certamente lento con procedure devastanti dove un genitore si trova a concludere con una quantificazione della vita di suo figlio. Veniamo sottoposti a perizie psichiatriche da parte del ctu nominato dal tribunale per l’accertamento di «quanto dolore» proviamo per la morte di un figlio «riportato in percentuali». La rabbia, la delusione, la perdita della fiducia nella giustizia deriva dal fatto che siamo dei numeri di fascicolo. Rimaniamo per anni ingabbiati in uno stato di stallo mentre l’unica cosa che vogliamo veramente è la punizione di quel gesto tanto grave. L’irresponsabilità e la superficialità con cui molti si mettono alla guida per poi causare l’irreparabile, la morte. Noi familiari delle vittime non siamo giustizieri, siamo esempio di come trasformiamo il nostro dolore in eventi di beneficenza, parliamo agli studenti nelle scuole di prevenzione degli incidenti stradali, per insegnare ai giovani la cultura del rispetto della vita che deriva dal rispetto delle regole.

*madre di Andrea Nardini

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