
Monsignor Gualtiero Bassetti*
Ospitiamo come comunità civile e religiosa umbra alcune centinaia di profughi in fuga dal Nord Africa, un continente perennemente in guerra. Non è la prima volta che il nostro paese e la nostra regione accolgono cittadini immigrati richiedenti asilo; è da tempo che ciò accade con flussi migratori alterni, un po’ in crescita, un po’ in diminuzione, a seconda dei momenti. Questa volta l’arrivo di uomini, soprattutto giovani, donne e bambini con mezzi di fortuna dalla riva sud del Mediterraneo, richiama una maggiore attenzione dei media per gli eventi bellici in corso nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Ciò che sorprende è l’enfatizzazione mediatica dell’arrivo di queste persone “disperate”, quando ospitarle dovrebbe essere un gesto spontaneo, naturale, soprattutto per chi si professa cristiano.
Come uomini e come figli di Dio non possiamo non aprire le nostre porte a queste persone “disperate”, tra l’altro è un gesto che ci viene chiesto in un momento particolare dell’Anno liturgico. Ci stiamo preparando alla Pasqua del Signore, momento forte di grazia, di salvezza e lo viviamo quest’anno con un’opportunità in più, quella di poter mettere in pratica il passo del Vangelo di Matteo: “Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35).
Ci sono persone e famiglie delle nostre comunità parrocchiali che hanno detto ai loro parroci di volersi far carico, insieme agli operatori e ai volontari delle Caritas, di accogliere ed ospitare al meglio queste persone in fuga dalle loro case alla ricerca di giustizia e di pace. E’ una bella testimonianza di fede e di pedagogia della carità che non deve passare in secondo piano, rispetto a coloro – a quanto risulta sono pochi – che temono la presenza di questi “disperati” in mezzo a noi. Come Chiesa offriamo ai profughi, innanzitutto, un tetto dignitoso e tanto calore umano per il periodo di tempo che resteranno tra noi, secondo le nostre possibilità, dal momento che moltissime delle nostre strutture sono già al completo, per la presenza di persone che soffrono di vari disagi. Se tra i profughi c’è qualcuno che ci chiederà aiuto per integrarsi nella nostra comunità attraverso la ricerca di un lavoro onesto, di certo non ci tireremo indietro, perché quest’opera la Chiesa la svolge da sempre.
Come vescovo di Perugia-Città della Pieve e come delegato dei miei confratelli della Conferenza episcopale umbra al Servizio regionale per i Migranti, rivolgo un caloroso e sentito benvenuto ai nostri ospiti e, nel contempo, invito tutti ad accogliere queste persone secondo lo spirito di san Benedetto e san Francesco. La nostra Umbria ha già dato prova di essere una terra ospitale e solidale nel recente passato, quando nella primavera del 1999 accolse più di 300 kosovari in fuga dalla guerra. Cessate le ostilità, la gran parte dei profughi rientrò in Kosovo e quelli che sono rimasti in Umbria sono oggi ben integrati.
C’è la necessità di misure e interventi capaci di far fronte all’emergenza in maniera appropriata, che vada verso soluzioni durature e non generi e poi alimenti situazioni di parassitismo e di disordine sociale. C’è il rischio concreto che da accoglienza e aiuto si trasformi nel suo contrario, cioè di mantenere migliaia e migliaia di persone senza offrire loro una prospettiva. Per questo occorre intervenire direttamente in quei paesi da cui provengono gli immigrati per contenere con lo sviluppo economico e sociale nei luoghi di partenza i flussi di immigrazione e per chi è in Italia già ad tempo, gestire i processi di integrazione con la capacità di affrontare questioni complesse di carattere non solo economico e sociale, ma anche legislativo e politico.
*Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e vice presidente della Conferenza episcopale italiana
