Enrico Ruggeri

di Dan. Nar.

Sono passati quarant’anni dal loro primo album. Sono trascorsi gli stessi anni dalla nascita del punk. E a breve il loro leader spegnerà 60 candeline, «navigando ancora sempre a vista». Per Enrico Ruggeri e i Decibel, considerati come i pionieri italiani del punk, gli anniversari importanti non mancano di certo in questo tour di rilancio. A distanza di quattro decadi, infatti, la reunion dello storico gruppo di Ruggeri si è tradotta nel nuovo ‘Noblesse oblige’, un album con 12 brani inediti e 3 grandi successi uscito lo scorso 10 marzo, ed un tour che ha preso il via il 17 marzo: una decina di tappe fissate in tutta Italia, che stanno però aumentando, ed in cui i Decibel presentano dal vivo il loro disco con la formazione originale composta dal celebre cantante e dai suoi ex compagni di liceo. Perugia e il teatro Morlacchi, grazie ad un attesissimo concerto targato ‘Live in Umbria’ (contenitore di eventi umbri firmati Athanor Eventi) in programma sabato 25 marzo alle 21.15, non potevano mancare. La nostra intervista a Ruggeri inizia proprio da qui.

Il 17 marzo ha preso il via il vostro tour molto particolare con la scelta dei luoghi e delle città da toccare che immaginiamo non sia stata casuale. Allora perché l’Umbria, Perugia e soprattutto il Morlacchi?

«Il Morlacchi è un bellissimo teatro. Poi Perugia è una città sempre ricettiva, internazionale e vivace e qui ho dei bei ricordi. Quindi quando ci hanno prospettato alcune città chiaramente su Perugia abbiamo voluto puntare perché mi sembrava che per il Centro Italia fosse la data ideale. Poi qui mi ricordo gran bei concerti, ho tanti amici e belle situazioni. Inoltre l’Umbria, che dire, certo non la scopro io ed anzi ho anche vissuto per tre mesi a Chiusi, proprio al confine tra la Toscana e l’Umbria, visto che avevo preso un posto per andare a scrivere delle canzoni tanti anni fa».

Annunciando il disco e il tour, come Decibel avete detto che questa non è un’operazione nostalgia ma che avete provato a scrivere canzoni all’altezza vincendo così anche con il vostro passato. Il risultato quindi vi soddisfa?

«Avevamo una bella responsabilità perché è vero sì che i Decibel non ci sono più da parecchi anni però abbiamo fatto due album che sono stati importanti. Ancora oggi, scherzando, diciamo che il rock italiano si è diviso tra quelli che suonavano come il primo disco dei Decibel, quello duro e rock, e quelli che suonavano come il secondo. Per questo motivo la paura di rovinare tutto era tanta. Per la verità, prima l’idea era quella di fare un disco da regalare agli amici ma solo successivamente e piano piano la cosa ha preso forma: siamo andati in studio abbiamo cominciato a registrare con i discografici che venivano e ci dicevano “voi siete pazzi questa è roba forte”. Alla fine ci siamo fatti molto volentieri coinvolgere».
Anche il titolo che avete scelto per il disco, ‘Noblesse oblige’, è proprio in pieno stile Decibel considerato che al punk, quello duro e rozzo d’ispirazione, avete sempre avvicinato uno stile elegante nei modi e nelle forme.

«Sì vero, ed è anche una dichiarazione di estraneità anche a quello che accade oggi alla musica pop, quella fatta con ipad e arrangiamenti elettropop tutti uguali. È insomma anche un po’ di snobismo sorridente ed ironico».

Cosa si deve aspettare dal punto di vista del live e dei brani in scaletta il pubblico del Morlacchi?

«In fondo siamo una band con tre album all’attivo e spazieremo tra cose nuove e vecchie, tra brani più di nicchia e pezzi invece che sono andati meglio come ‘Vivo da Re’ e ‘Contessa’. Non è escluso che tireremo fuori anche qualche cover».

Rispetto a 40 anni fa lo scenario della musica italiana e internazionale è chiaramente cambiato. Se consideriamo anche come vi siete formati, tra i banchi di scuola, e quello che passava per la mente nei giovani che provavano a fare musica allora e lo confrontiamo invece con lo spirito dei musicisti in erba di oggi, possiamo dire di avere davanti due mondi lontanissimi?

«Sì certo, oggi mi sembra che molti facciano musica solo per cercare di emergere e la fanno da soli. Tutta la musica che mi arriva dai ragazzi, tramite provini e file, è realizzata nel chiuso della loro cameretta. Con mille euro di spesa si mettono lì e cercano di sfornare l’hit. Noi non pensavamo a questo. Quando sapevi suonare qualcosina andavi in cerca di altri, nella tua classe e nel tuo liceo, che sapessero suonare e andavi poi nella cantinetta a provare tutto il pomeriggio. La sera era poi stanco e felice».

In questo tour, visti anche i vari anniversari che si celebrano, c’è tempo anche per dei bilanci sia personali che come band?

«Beh chiaro, per la band è un po’ anomalo perché facciamo un bilancio su un progetto che riparte. Insomma, suona almeno strano. Poi certo, 60 anni sono per me una data particolare. Ho subito pensato a come non festeggiarli e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di non fare l’album di duetti con artisti che cantano i miei brani. Lo stanno facendo tutti. Invece questa idea dei Decibel mi ha veramente coinvolto ed è piacevole festeggiare il mio sessantesimo compleanno insieme a loro».

Archiviamo il passato e parliamo infine di futuro. Qual è quello all’orizzonte per i Decibel e per Ruggeri?

«Io ho sempre navigato a vista nella vita e mai come in questo momento è il caso di farlo. Ad esempio all’inizio con i Decibel dovevamo fare solo una decina di date invece ora stanno aumentando. Il disco è tornato in classifica, il vinile ancora meglio e quindi in effetti ci stiamo pensando a cosa fare. Ma non lo faremo certo per rispettare contratti o per altre questioni. Se ci usciranno altre canzoni come queste perché no, possiamo ancora andare avanti. E per quanto mi riguarda ora mi sono buttato in questa avventura e al momento non penso ad altro».

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