di Ivano Porfiri
Non c’era solo Marianne Faithfull e il suo pubblico, domenica sera all’auditorium di san Francesco al Prato per l’ultimo atto di Rockin’Umbria. C’era un nugolo di spiriti che volteggiavano intorno alla testa della signora del rock che a 65 anni sa regalare ancora emozioni con la sua voce profonda e graffiata.
C’erano gli spiriti dei giganti del jazz che fino al 1997 hanno plasmato le travi e le pietre della vecchia chiesa di San Franesco al Prato («Perugia ritrova oggi il tempio della musica – ha detto in apertura Sergio Piazzoli – e se un giorno questo auditorium avrà un nome dovrà chiamarsi auditorium Gil Evans»). C’erano gli spiriti dei miti del rock (vivi o morti) che Marianne ha rievocato nell’ora e mezza di concerto, dagli immancabili Stones a John Lennon, da Roger Waters a Nick Cave fino a Tom Waits. E anche il più giovane tra gli spiriti: Amy Winehouse, che prima di volare via si è di sicuro fermata ad ascoltare l’omaggio della signora che ha attraversato e assorbito nella voce i fasti e gli eccessi della Swingin’ London.
A Amy, Marianne ha dedicato un pensiero («Sono molto triste, sono sicura che tutti noi la amavamo, lei aveva una grande voce ed era una musicista veramente brava… e se ne è andata», ha detto con la voce incrinata dalla commozione) e una canzone: Sing me back home (Before I die) del cantante country Merle Haggard. Un omaggio da una ragazza che l’inferno l’ha toccato con mano (la chiamavano la «fidanzata del diavolo» quando stava con Mick Jagger) entrando nel tunnel della droga e tentando il suicidio almeno due volte a un’altra che non è riuscita, invece, a risalirne le pareti scivolose.
IL VIDEO CON L’OMAGGIO A AMY WINEHOUSE
Il resto del concerto della Faithfull (con lei, Douglas Pettibone alla chitarra, la polistrumentista Katherine St. John, Rory McFarlane al basso e Martyn Barker alla batteria) è stato uno slalom tra i pezzi del suo ultimo Horses and High Heels come il pezzo che ne prende il nome, la ballata condita con fraseggi di Hammond Prussian Blue, Fairport Convention (tutte scritte da lei), Why Did We Have to Part o la tenebrosa The Stations del duo Greg Dulli e Mark Lanegan, Love Song di Karole King, Back in Baby’s Arms di Allen Toussaint a vere e proprie perle del passato come Working Class Hero di John Lennon, conclusa con il pugno chiuso sollevato, o Incarceration of a Flower Child che «Roger Waters scrisse nel 1968 – ha detto la Faithfull – e non diede mai ai Pink Floyd».
Fino alla visionaria Strange Wheater, scritta per Marianne da Tom Waits, conclusa chitarra e voce con un’irriverente sigaretta accesa in mano. Tra il pubblico in visibilio, che le ha dedicato una standing ovation, qualcuno ha perfino azzardato un rimprovero: «You can’t smoke». Ma non è stato certo quel fumo a disturbare l’estasi degli spiriti che volteggiavano tra le note, prima di volare via.

