di M.Alessia Manti
Fino a qualche anno fa nell’immaginario collettivo italico di “Vasco” ce n’era uno solo. Poi arrivò Myspace, il passaparola virtuale e un demo tape che fece il giro della penisola. Ed ecco un Vasco che fa Brondi di cognome, che arriva da Ferrara e che poco più che ventenne canta degli Anni zero, di visioni apocalittiche, paranoia, inquietudini, scorci di città grigie, violente, indaffarate. Si fa chiamare “Le luci della centrale elettrica“, qualcosa di valido da dire ce l’ha e questo basterebbe già per starlo a sentire. E’ diventato una filosofia di pensiero, un modello musicale di riferimento per molti, un artista che divide come pochi. Ha vinto il premio Tenco, sfornato due dischi, girato l’Italia con la chitarra a tracolla. Nel frattempo gli anni zero sono finiti, da poco, ma ci siamo ancora dentro “in questi c… di anni”.
A Perugia è quasi di casa. La città ha ospitato le sue esibizioni fin dall’esordio e venerdì, al Teatro Morlacchi, questa confidenza si respirava insieme al profumo della primavera. Pubblico numeroso, come nelle grandi occasioni. Mentre si assesta, salgono sul palco i Perfect Trick. Il gruppo perugino – al secondo disco – è una delle realtà musicali umbre più solide. E solido e ben confezionato è il loro rock che a volte suona noise, a volte psichedelico. Sanno farsi ascoltare e ne vale la pena.
Rumori di traffico cittadino, le luci si abbassano, si apre il sipario. La scenografia è da provincia meccanica, due palazzine con i vetri delle finestre illuminati e su cui si staglia l’ombra di Vasco Brondi. Sul palco sono in quattro: lui, Rodrigo D’Erasmo (Afterhours) al violino, Lorenzo Corti alla chitarra e il polistrumentista Cristiano Calcagnile.
Città e coppia, metropoli e interiorità, le mura di casa che confinano a malapena con il resto del mondo. L’inizio del concerto è programmatico e il resto prosegue sulla stessa strada. In scaletta brani tratti dall’intera produzione artistica brondiana – Canzoni da spiaggia deturpata e Per ora noi la chiameremo felicità – Cara Catastrofe, Quando tornerai dall’estero, L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, Piromani. I brani delle “Luci della centrale elettrica” sono una galleria d’immagini venate di sofferenza. Sono immagini caotiche, generano spaesamento, come se si stesse facendo zapping nell’ora del tg. A comunicare l’incomunicabile questo Vasco ci riesce bene, ecco il perché del suo successo. E’ il cantastorie fuori dagli schemi della nostra generazione. Certo, rispetto al passato forse manca la psicoterapia collettiva di urlare a squarciagola ritornelli e frasi. In effetti la forte connotazione politico-sociale dei brani delle Luci ha trasformato talvolta dei flussi di coscienza in veri e propri mantra.
Tra un pezzo e l’altro, per quasi tutta la setlist, fa da intermezzo la voce di Leo Ferrè, artista anarchico monegasco, che tra l’altro ha ispirato il titolo del secondo disco che, in versione live, è sicuramente molto più incisivo e ruvido. Brondi sembra cosciente del fatto che i suoi brani possano risultare tutti uguali. Questo suo secondo disco era attesissimo, si voleva vedere dove sarebbe andato a parare dopo un esordio come quello di “Canzoni da spiaggia deturpata”. Sarà forse la terza la prova decisiva? «Questa è leggeremente diversa dalle altre. Lo so, le mie sono tutte uguali». E’ così che dice introducendo la cover di Trafitto dei Cccp. Diciamo piuttosto che le cover non sono proprio il suo forte.
La stringata compostezza che ha caratterizzato la serata va via dopo il primo bis: quando tutto sembra finito, Vasco Brondi scende tra il pubblico insieme alla band e lì, in un abbraccio virtuale, esegue in acustico un ultimo pezzo.
Applausi e consensi unanimi all’uscita. Paragoni azzardati, poco importa: dopo Rino Gaetano e Giovanni Lindo Ferretti c’è ancora il bisogno di sperare in un partigiano che ci porti via. Tanto per ora noi la chiameremo continuità.

