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di Lucia Caruso
Punta di diamante del cartellone di Farenight, il concerto di Daniele Silvestri è stata occasione per presentare alla città di Perugia il promo per la candidatura di Perugia – Assisi a «Capitale europea della Cultura».
L’Ouverture Sono le 22 della magica notte delle stelle cadenti e Daniele Silvestri appare sul palcoscenico dell’acropoli seduto accanto al suo pianoforte per affidare l’ouverture del suo concerto a Le Navi, una canzone la cui intimità è calore e dolcezza. Le note sfiorate del pianoforte disegnano la grande metafora del mare che accompagna il pubblico in una piacevole traversata, colma di speranze.
S.c.o.t.c.h. La prima parte del concerto è dedicata al suo ultimo album S.c.h.o.t.c.h., una primavera di brani che segnano in modo evidente il percorso artistico del cantautore romano, che alla dirompenza della musica questa volta sceglie la forza della parola, leggera e raffinata, ma sempre provocatoria e incisiva.
Omaggio a Gaber Prosegue il concerto con un omaggio a Giorgio Gaber, una rivisitazione di Io non mi sento italiano, affidata ad una scenografia tricolore dentro cui rosso, bianco e verde si scompongono per poi ricomporsi in un’unica armonia. Un brano che ancora oggi detta il ritmo di una provocazione verso questa Italia sempre più lontana dagli italiani.
Silvestri e il suo calembour Arriva Sornione, traccia numero 2 del nuovo album, la cui versione originale è cantata in coppia con Niccolò Fabi, con cui tra l’altro l’ha anche scritta. E ancora Ma che discorsi, Datemi un benzinaio e Fifty Fifty segnate dai suoi immancabili giochi sonori di assonanze, rime, allitterazioni, insomma il suo calembour di sempre con cui Silvestri si diverte e fa divertire.
Poesia intima Il pubblico è attento, se richiamato si libera in brevi alzate di mani, probabilmente rapito da note che addomesticano l’arietta pungente di una notte agostana, nel centro perugino. E’ poesia intima e onesta, a tratti amara e forse lucida fino al punto di confondere.
L’Appello Segue un momento di commozione, tornando al nuovo album, con un brano dedicato a Paolo Borsellino, L’Appello che, attraverso una dura ironia o un beffardo sarcasmo, racconta la strage di via D’Amelio. Le forti immagini proiettate lasciano spazio al silenzio della folla che si abbandona ad un calorosissimo applauso.
La scenografia Una scenografia quella che accompagna Silvestri che segue il filo narrativo di questo concerto. Alterna momenti di grande riflessione a momenti di sano divertimento. Le immagini proiettate dai led, le luci con i loro colori e i loro giochi pirotecnici scandiscono il ritmo della serata dando manforte alla capacità evocatrice della parola
Un tuffo nel passato Non poteva mancare un tuffo nel passato con i suoi classici come Le cose che abbiamo in comune, Occhi da orientale e Il mio nemico. Ma a trascinare la folla, che arriva ben oltre la metà di corso Vannucci, e che Silvestri stesso definisce «un colpo d’occhio magnifico», sono i suoi tormentoni di sempre: Salirò, Gino e l’Alfetta, la Paranza e infine Cohiba, che lascia l’irrimediabile segno di un sogno di libertà.
La band Complice del riuscito concerto la vecchia band, che si diverte e conferma nuovamente un feeling eccezionale che sembra roba da altri tempio. Alla batteria Piero Monterisi, alle chitarre Maurizio Filardo, alle tastiere Gianluca Misiti, al basso Gabriele Lazzarotti e alle trombe e percussioni uno straordinario Ramon Josè Caraballo. Ogni elemento lascia il suo segno, come una pennellata decisa e vivace sulla grande tela della composizione artistica di Silvestri.
Virtuosismi d’autore La serata si chiude con un momento straordinario che ha visto la band, compreso Daniele Silvestri, alla batteria per uno strepitoso virtuosismo che si è guadagnato un lunghissimo applauso.
Maturità espressiva Convinzione, versatilità, capacità di spiazzare da un genere all’altro, coinvolgimento, presenza sul palco e intesa con il pubblico, rendono la cifra di una maturità evidente, raggiunta dall’autore. Cavalca la scena con la tempra di chi sa cosa vuole dalla sua band, dalla sua musica, dalla sua ricerca ed anche dal suo pubblico. Tiene tese le redini della tensione come una ragnatela inflessibile, dai vari punti della piazza, convergendo sul palco, iniettando sonorità ed energia che sono luci, immagini, suoni, ritmi, ma anche ricordi, domande, alcune risposte, inviti, denunce e raccordi, tra un occhio di bue che schiarisce una piccola porzione di palco e la luce diffusa di mani tese al cielo, avaro forse di stelle cadenti, per chi può farne a meno in una insolita notte.

