di Daniele Bovi
«Questa notte è morto Vittorio, mi ha salutato dicendomi di non aver paura io ne ho tanta lui è la mia vita». Così, dalla propria pagina Facebook, la compagna di Vittorio Franchini ha dato la notizia della morte del giornalista, scrittore e critico musicale. Un grande amico di Perugia e di Umbria Jazz, che ha frequentato fin dal 1973 sempre accanto alla compagna di una vita Elena Carminati, fotografa. Sempre insieme pronti a raccontare i protagonisti di un mondo che conoscevano bene. Da qualche tempo Franchini, 87 anni, aveva dovuto abbandonare il bastone per la sedia a rotelle, dalla quale sorridente ha assistito a tanti concerti dell’ultima edizione estiva di UJ. Il legame tra Perugia e Franchini nasce da lontano: il giornalista era infatti nipote di Orazio Antinori, celebre esploratore perugino e, all’epoca, tra i maggiori conoscitori del continente africano.
L’Africa Franchini, come ha raccontato al magazine di Perugia 2019 proprio nel luglio scorso, cresce in quest’ambiente, ascoltando i ricordi del nonno tra le mura di quella casa che ora è un pezzo dell’hotel La Rosetta. Poi, negli anni Cinquanta, la passione per l’etnomusicologia e il giornalismo: inviato del Corriere della Sera, vicedirettore del settimanale La domenica del Corriere, direttore di Qui Touring, critico musicale per il Corriere della Sera. La passione per l’Africa lo porterà fino ai ghetti delle città degli Stati Uniti ed è così che nasce quello che ha chiamato «l’hobby del jazz». Al jazz, ad esempio con «L’era dello swing» o il reportage sulla Louisiana «Il paese della musica felice», ha dedicato molta parte della sua attività di scrittore, che si è concentrata anche con libri sull’Algeria e uno sugli chansonnier francesi
Il Festival «Negli anni – ha detto – ho visto cambiare la città attraverso il Festival, ma UJ ha forse soprattutto cambiato i perugini, che hanno avuto modo di incontrare e conoscere grandi musicisti americani. Uomini, che sedevano al bar e chiacchieravano, anche con i passanti. A Perugia si fondevano le culture in una sorta di linguaggio universale. Non è che tutti capivamo tutto, però ci intendevamo, proprio perché in questo grembo di pietra si raccoglievano i sentimenti del mondo!».
La passione Una passione, quella per il jazz, che Franchini ha raccontato anche in uno degli ultimi numeri della rivista Musica Jazz con un aneddoto esemplificativo. Nel 1950 a Milano era sbarcata, con tutto il suo carico di mito, l’orchestra di Duke Ellington per venti giorni di tournée, «un’autentica sbronza di musica per i pochi veri appassionati». E la passione era così tanta che investiti i soldi per due concerti, Franchini decide di vendere la bici, «una superleggera della quale andavo molto orgoglioso», poi «una valigia, una giacca e altre cose». A Franchini il sassofonista Sonny Rollins, altro grande amico, nel 2012 dal palco dell’Arena Santa Giuliana dedicò «Serenade». Senza di lui il mondo del jazz è davvero più povero.
Twitter @DanieleBovi
