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La battaglia sull’Igp tra grandi marchi e tradizione. Quali differenze con il nostro Bacio?

di M.T.

Il gianduiotto, uno dei simboli della tradizione dolciaria piemontese, è al centro di una disputa che si è spostata fino alle aule della giustizia amministrativa e che riguarda il riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta “Giandujotto di Torino”.

La vicenda nasce da un percorso già avanzato: dopo la fase ministeriale e il passaggio alla Commissione europea, il progetto di tutela del prodotto è stato contestato con un ricorso al Tar del Lazio da parte di Lindt & Sprüngli, gruppo svizzero che controlla anche lo storico marchio Caffarel.

Sia chiaro, a differenza del cioccolatino rappresentativo di Perugia, il Bacio, il gianduiotto ha una tradizione diffusa di produttori artigiani nel territorio. Insomma se il gianduiotto ha un distretto e una filiera, il Bacio ha solo una fabbrica, quella di San Sisto. Poco più. Sono infatti pochi gli artigiani cioccolatieri perugini che tra le proprie praline inseriscono il ‘Bacio’ che qualcuno ama nominare con il nome originario che le attribuì Luisa Spagnoli, l’ideatrice, ovvero Cazzotto. Tra le vetrine più rinomate della città del cioccolato, Perugia, particolarmente nel suo centro storico, non è raro trovare il ‘Bacio’ artigianale, con cioccolato e granella di nocciola. Ma è indubbio che questa rarità non sia sufficiente a giustificarne una tradizione artigianale locale.

A Torino al centro dello scontro c’è il valore del nome e la sua possibile protezione come Igp. Da un lato il fronte delle imprese artigiane e delle associazioni di categoria, che vedono nel riconoscimento europeo uno strumento per tutelare una produzione legata al territorio e non a un singolo marchio industriale. Dall’altro la multinazionale, che rivendica la tutela del proprio marchio registrato e chiede garanzie rispetto alla nuova denominazione.

Il gianduiotto nasce a Torino nel 1826, dall’intuizione di unire cacao e nocciole piemontesi in un periodo di scarsità della materia prima. Nel tempo è diventato uno dei simboli più riconoscibili della città e della sua tradizione dolciaria, fino a diventare oggi terreno di confronto tra industria, identità territoriale e regole europee sulle indicazioni geografiche.

Il percorso per l’Igp aveva già superato una tappa decisiva lo scorso marzo, quando il ministero dell’Agricoltura ha concluso l’esame delle opposizioni al disciplinare e trasmesso il dossier a Bruxelles per la valutazione finale. Il ricorso al Tar ha però riaperto la partita, rallentando un processo atteso da anni dal comitato promotore che riunisce decine di imprese piemontesi.

Per il fronte favorevole al riconoscimento, la posta in gioco è la tutela di una produzione collettiva e diffusa sul territorio, rafforzata da una filiera che nel tempo si è strutturata attorno al distretto del cioccolato torinese.

Il caso, per chi osserva il settore dolciario italiano, richiama inevitabilmente altre identità del cacao nel Paese. Ora la parola passa alla giustizia amministrativa e poi, eventualmente, a Bruxelles. Sullo sfondo resta una questione più ampia: come si protegge un prodotto quando diventa simbolo di un territorio, e fino a che punto il valore di una tradizione può essere condiviso o, al contrario, rivendicato da un singolo marchio.

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