di Ivano Porfiri
Ci sono vini e cibi a marchio Doc, Docg, Dop o Igp, poi i ‘Prodotti agroalimentari tradizionali‘, per non parlare dei presidi ‘Slow food’. Tutto chiarissimo nelle carte bollate e per gli addetti ai lavori. Un po’ meno per il povero consumatore che si ritrova la scatola o la bottiglia piena di loghi e sigle e rischia di confondersi. Nella giungla delle certificazioni si gioca però il futuro del comparto agroalimentare umbro, che cerca un veicolo per sfondare sui mercati globali.
Vino Doc e Docg Partendo dai vini, l’Umbria può vantare due Denominazioni di origine controllata e garantita (Sagrantino di Montefalco e Torgiano rosso riserva) e 13 Denominazioni di origine controllata (Amelia, Assisi, Colli Altotiberini, Colli del Trasimeno, Colli Martani, Colli Perugini, Lago di Corbara, Montefalco, Orvieto, Rosso Orvietano o Orvietano Rosso, Spoleto, Todi e Torgiano).
Doc e Igp Per i prodotti agroalimentari, invece, la lista italiana dei prodotti a marchio Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) o Stg (Specialità tradizionale garantita) è la più nutrita d’Europa: 261. I più variegati: si va dall’arcinoto Parmigiano reggiano al meno conosciuto limone femminiello del Gargano, ci sono poi ad esempio 8 tipi di marrone (dalla Valle di Susa a Roccadaspide), 5 tipi di asparago (dal bianco di Bassano al verde di Altedo), 4 di carciofo (dallo spinoso di Sardegna a quello di Paestum), due di ficodindia. E poi l’olio un po’ di ovunque, numerosissimi formaggi e i salumi più svariati.
WEBDOC: I PRODOTTI UMBRI DOP E IGP
Otto umbri I prodotti umbri o prodotti in Umbria in lista sono: l’Agnello del Centro Italia Igp (coinvolge la provincia di Perugia) dal maggio 2013; il Farro di Monteleone di Spoleto Dop dal 2010; la Lenticchia di Castelluccio di Norcia Igp dal 1997; il Pecorino toscano Dop (coinvolta la provincia di Terni) dal 1996; il Prosciutto di Norcia Igp dal 1997; i Salamini italiani alla cacciatora Dop dal 2001 (coinvolte 11 regioni Umbria compresa); l’Olio Umbria Dop dal 1997; il Vitellone bianco dell’Appennino centrale Igp dal 1998 (8 regioni dall’Emilia al Molise, Umbria compresa).
Patata in pole Per otto presenti, ci sono diversi prodotti che possono ambire a ragion veduta ad entrarvi. In pole position c’è la patata rossa di Colfiorito, indicata come Igp dalla Regione Marche dal 2010 ma che ha ottenuto anche l’imprimatur della Regione Umbria. Il dossier è fermo al ministero, tanto che di recente il parlamentare umbro del M5s Filippo Gallinella ha sollecitato nuovamente il Mipaaf a dare l’ok. Anche perché la palla dovrà poi passare a Bruxelles.
Dalla norcineria allo zafferano Ma la Regione è al lavoro con i consorzi di produttori anche per altri prodotti. In particolare, la norcineria («Tutto il mondo identifica la qualità con Norcia ma non abbiamo prodotti certificati a parte il prosciutto», fa notare l’assessore Fernanda Cecchini). Si parla del capocollo, del salame, della pancetta, della salsiccia. Si lavora anche sullo zafferano di Cascia e Città della Pieve, anche se la produzione annua è piuttosto esigua per allargarne la commercializzazione. Stesso discorso per la Fagiolina del Trasimeno (presidio Slow food come anche il Sedano nero di Trevi, Mazzafegato dell’Alta Valle del Tevere, Fava Cottora dell’Amerino, Roveja di Civita di Cascia e Cicotto di Grutti), di recente assurta agli onori della cronaca per l’impiego in un piatto nella finale di Masterchef. In passato era stata presentata domanda per il pane di Terni, ma poi si è arenata di fronte alle richieste di integrazioni.
Giungla certificazioni I marchi Ue, però, non sono l’unico riconoscimento a cui si può ambire. Negli anni molti hanno sottolineato la necessità di rivedere il sistema e semplificare. Anche perché, soprattutto nel settore del vino, i marchi sul disciplinare e quelli territoriali sono andati sovrapponendosi e ingenerando confusione. Tentativi di ulteriore semplificazione sono tuttora allo studio. Ad esempio, il ministero sta lavorando a un Olio italiano Dop, ipotesi che viene però osteggiata dalle regioni (Umbria compresa) che temono di vedere svilita la tipicità dell’olio locale. Ai marchi di qualità, poi, si sommano quelli adottati a scopo puramente promozionale, in molti casi con il solo risultato di aumentare la confusione.
Il marchio Umbria E anche l’Umbria lavora a un suo marchio territoriale, da sovrapporre a quelli legati al disciplinare. «Un conto sono i marchi che certificano la produzione – spiega a Umbria24 l’assessore Cecchini -, altra cosa la promozione. L’idea del marchio Umbria è emersa durante il lavoro sul Piano vino quando ci siamo chiesti come irrobustire la presenza dei vini umbri di qualità sui mercati. Confrontandoci con soggetti del mondo vitivinicolo sono emerse le necessità, da un lato, di rivedere i consorzi; dall’altro avere un marchio regionale, che non annulli gli altri ma faccia transitare l’Umbria come regione del vino buono». Ovviamente sarà facoltà dei produttori apporlo sulle etichette, non un obbligo, anche se c’è l’idea di dare un punteggio maggioe a chi lo possiede per accedere ai bandi regionali.
Non solo vino? Dal vino è scaturita l’idea di estendere il marchio Umbria «a ombrello» verso gli altri comparti. «Il marchio rafforzerebbe l’immagine dell’Umbria – riflette Cecchini – agganciando l’idea delle produzioni di qualità al territorio. D’altronde l’Umbria è un unico grande museo, una regione esempio di bellezza diffusa, nel cui concetto rientra anche l’agricoltura. La nostra capacità deve essere dunque quella di comunicare l’Umbria come terra di eccellenze». Il che non vuol dire rinunciare alle certificazioni dei singoli prodotti ottenendo marchi Doc, Dop e Igp. «La certificazioni – per Cecchini – vanno fatte perché è anche una tutela per i produttori contro la contraffazione, ma solo quelli non bastano. Va fatto di più dal punto di vista della promozione, così come dell’organizzazione. Siamo piccoli, dobbiamo trovare il modo di essere chiaramente identificabili per il buono che abbiamo».
