Bandiera dell'Unione europea

di Fabio Raspadori*

Ma ci voleva la pandemia per accorgersene? Evidentemente sì. Stiamo parlando di Europa, in particolare di Unione europea. Fino a pochi mesi fa, e soprattutto in Italia, i burocrati di Bruxelles erano visti alla stregua di gabellieri medievali (ricordate il fiorino del film “Non ci resta che piangere”?).

Unione matrigna; prona alle banche; intransigente nei controlli quanto insensibile alle difficoltà. Questa era l’Europa agli occhi di molti. Poi a un certo punto (21 luglio 2020) tutto è cambiato repentinamente. L’Unione europea ci ha sommerso di soldi: ben 209 miliardi (81,4 a fondo perduto e 127,4 in prestiti) dal Piano Next Generation EU; ai quali si aggiungeranno altri 38,5 miliardi della politica di coesione (il 6% in più rispetto alla precedente programmazione pluriennale). Ossia circa 36 miliardi all’anno da spendere da qui al 2027. Per giunta, tirando le somme, noi siamo quelli che hanno ottenuto di più rispetto agli altri.
Di fronte a questa montagna di denaro, anche gli acerrimi nemici della bandiera a 12 stelle sono diventati afoni. Qualcuno ancora avanza timidi dubbi sui tempi di erogazione, sui controlli e sui vincoli; ma il furore iconoclasta sull’uscita dall’Euro e dall’Unione si è sciolto come neve al sole.

Tralasciamo il fatto che quel furore fosse ingiustificato ed autolesionista anche prima del Covid-19 (in particolare per un Paese come l’Italia, che grazie al libero commercio garantito dall’Unione è il secondo esportatore europeo, con un surplus di circa 40 miliardi di euro all’anno).

La domanda da porsi è: come è possibile che nel giro di pochi mesi l’Unione si sia trasformata da strega in fata? Forse ai politici, ai comunicatori e a noi cittadini deve essere sfuggito qualcosa. A Bruxelles e Strasburgo (le 2 capitali europee) non si è consumata alcuna rivoluzione. Le persone che siedono nelle istituzioni dell’Unione sono le stesse c’erano prima del 21 luglio 2020. E un finanziamento come quello del Next Generation EU non nasce dal nulla.

L’Unione ci è arrivata perché, da quando fu fondata, esiste per aiutare gli Stati membri e noi cittadini a vivere meglio. In fin dei conti la ricetta è semplice: l’unione fa la forza. Sta a noi però capirlo ed applicarci in modo che le norme, i programmi, le istituzioni ed i fondi europei funzionino sempre meglio. Se invece ce ne disinteressiamo e non partecipiamo, allora tutto diventa confuso e difficile.

Cosa fare, allora? Iniziamo con l’occuparci della Commissione e del Parlamento europei, seguendone le attività e comprendendone il funzionamento. E poi partecipiamo: partecipiamo di più alla vita europea. Questo lo si può realizzare anzi tutto prendendo sul serio strategie e programmi concepiti dall’Unione; quindi, imparando a programmare e a progettare – tenendo conto delle nostre caratteristiche e dei nostri interessi – ma ragionando e muovendoci come europei.

Insomma, dobbiamo smetterla di pensare all’Europa nei termini: noi – loro, chi ci guadagna – chi ci perde. Noi europei siamo da 70 anni imbarcati su di una stessa nave, che può condurci lontano a patto che si decida insieme dove andare e che ognuno di noi contribuisca a farla navigare al meglio. Il Covid-19, come è già successo con la guerra, ci dimostra che questa rotta può condurci a lidi sicuri e vantaggiosi per tutti.

*Responsabile progetto FISE (Finestra sull’Europa), Università degli Studi di Perugia

Articolo realizzato nell’ambito del Progetto FISE- Europe Direct Terni – Comune di Terni –Dip. di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, con il cofinanziamento della Commissione Europea

 

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