Alla società arriveranno oltre 7 milioni tra Regione e Provincia

di Paolo Brutti*

La crisi di Umbria Mobilità sta imprimendo traiettorie insidiose, sempre più prossime a quelle del boomerang. Il prestito con il quale la Provincia di Perugia vorrebbe salvare l’azienda sono ad alto rischio ed è bene che queste cose si dicano ad altrettanto alta voce, evitando di aggiungere silenzi alle prolungate e colpevoli reticenze messe in atto dai dirigenti. Le magagne della società sono diverse e hanno un’origine ben precisa. L’allora sbarco di Apm a Roma – parliamo degli ultimi anni ‘90 – non esponeva l’azienda di trasporti a particolari rischi. Il Campidoglio, all’epoca, spendeva più di 8 mila lire a chilometro per il trasporto pubblico e l’offerta perugina ridusse a 3.500 lire circa il costo chilometrico, risparmio assai gradito dall’allora giunta Rutelli. Non si prevedeva alcun acquisto di nuovi autobus, utilizzando quelli dell’allora Atac.

L’arrivo di Veltroni Con l’arrivo di Veltroni il Comune di Roma cambiò strada, scelse l’in house, fu varata Trambus con esiti fallimentari. Ora il coinvolgimento dell’azienda umbra non è più lo stesso di prima: non più un semplice servizio di trasporto come agli inizi, con autobus e tariffe di competenza del Campidoglio, ma un’intera flotta di 400 autobus a carico dell’azienda umbra, più altri oneri aggiuntivi. Tradotto in euro contemporanei, un peso che potrebbe aggirarsi sui 60 milioni è andato a gravare sui bilanci dell’azienda. Tanti mezzi da far circolare, tanti uomini da impiegare, con la conseguenza che è ora difficilissimo anche minacciare la sospensione del servizio a Roma di fronte alle inadempienze del Comune e della regione Lazio. Nasce quasi certamente da questo sovraccarico finanziario sia la debole risposta di Umbria Mobilità alle amministrazioni laziali inadempienti, sia la paurosa oscillazione che qualche mese di ritardo dei pagamenti ha impresso a un’azienda il cui volume di affari e gli accantonamenti straordinari dovevano metterla al riparo da tali rischi.

I rischi Ma veniamo al prestito di Regione e Provincia. La legge consente simili operazioni solo in caso di sicuro rientro. E qui cominciano i guai. Davvero il prestito di denaro pubblico è garantito? Se Umbria Mobilità dovesse fallire, i crediti pretesi dalla Provincia (ad esempio le quote societarie della Sipa) non entrerebbero forse nel calderone di quelli degli altri creditori? Nei fallimenti, tutti i creditori vengono messi sullo stesso piano, col risultato che dei quattro milioni prestati se ne rivedrebbe una modesta percentuale, con evidenti rischi contabili per gli amministratori pubblici. Infine qual è la vera condizione debitorio dell’azienda romana partecipata da Umbria Mobilità? Quant’è la quota di debito che pesa sulla società umbra? Come si fa ad agire per ripianare i debiti di uno dei soci se gli altri non fanno altrettanto?

La fornace romana Si rischia di buttare tutto nella fornace del debito romano. Questo è il serio, serissimo rischio che si corre e che, appunto, dovrebbe essere messo nero su bianco. Perché è comprensibile e anche giusto cercare di salvare un’azienda così importante ma occorre farlo alla luce del sole, informandone per primi i cittadini che attraverso il «caro biglietti» sono stati i principali azionisti di Umbria Mobilità. Così non è stato e per i contribuenti sfiancati dalle tasse queste sono gocce su un vaso traboccato da tempo. Penso che quanto prima il Consiglio Regionale, con un atto della sua commissione competente, dovrà chiamare gli amministratori di Umbria Mobilità a dare spiegazioni esaurienti e trasparenti di questo che sembra un «pasticciaccio brutto».

* Responsabile Nazionale del Dipartimento Infrastrutture, Italia dei Valori

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