di Daniele Bovi
All’invio di ghirlande e vesti avvelenate come Medea a Creusa ancora non si è arrivati, per il momento ci si è limitati al lancio di dardi intrisi di veleno a mezzo stampa e a mezzo Facebook. Il tema è denso e dibattuto da secoli. Il rapporto madre-figlia, in questo caso politicamente parlando, il sangue che in politica scorre a fiumi insieme al materiale organico reso celebre dalla definizione che della politica diede un grande come Rino Formica: «E’ sangue e merda». Se quello tra Maria Rita Lorenzetti e Catiuscia Marini, colei che le è succeduta a palazzo Donini, sia classificabile alla voce «rottura insanabile» o «scazzo semplice» sarà il tempo a dirlo, fatto sta che al momento l’ipotesi più probabile sembra la prima.
La chiacchierata I fatti in breve. Sul Corriere dell’Umbria di martedì una firma storica del giornalismo umbro come Sandro Petrollini riporta una chiacchierata con l’ex presidente Lorenzetti specificando nel finale «che questa intervista è inventata». In realtà è verissima, più vera del vero. La location della chiacchierata è a cavallo tra realtà, neorealismo e allegoria: i vagoni di un treno. Maria Rita Lorenzetti è infatti a capo di Italferr, società delle Fs, mentre il treno è, dalla Transiberiana al Foligno-Terontola, simbolo per eccellenza del progresso e del mito comunista che ha svezzato generazioni di credenti da Togliattigrad a Bevagna. E, poi, l’allegoria: benché gli attuali treni non vadano più a vapore, si chiedono i maligni, sarà ancora la Lorenzetti la padrona del vapore?
Stilettate micidiali Nella chiacchierata la Lorenzetti riserva alla Marini stilettate micidiali. La prima: «Devo confessare – dice – che mi aspettavo di più. Non mi aspettavo, di sicuro, che sui temi concreti non venisse adeguatamente difeso il periodo della mia presidenza e come abbiamo operato». La seconda: «I figli o le figlie, anche in politica, devono emanciparsi dai padri e dalle madri. Questo non vuol dire che debbono rimuovere il passato o ritenerlo roba da buttare nel cassonetto dell’immondizia. Quando succede una cosa simile emerge il limite dei figli, non certo dei padri». La terza: «Chi pensa che i miei dieci anni siano da buttare ha la grande opportunità di dimostrare, prendendo i provvedimenti giusti, che finalmente al comando c’è una grande classe dirigente». La quarta, la più pesante: «Qualche volta mi sorprendo a chiedermi: possibile che mi sia sbagliata?».
Ah, la mamma Ma le avrà dette veramente queste parole l’ex presidente di ferro e ora di Italferr? Catiuscia Marini propende decisamente per il sì e affida alla sua bacheca Facebook, nel pomeriggio, mezza riga che ha il sapore della rottura: «Per fortuna – scrive – di mamma ce n’è una sola». Tutto qui. Per dirsi addio o per un lungo arrivederci di solito bastano infatti poche parole. Che poi, a ben guardare nell’archivio, la Marini politicamente non si sente figlia o delfino di nessuno. Poche ore dopo la vittoria contro Gianpiero Bocci bastarono poche parole per capire il Marini-pensiero sul tema: «Non ci sono principi o delfini: la monarchia l’abbiamo superata nel 1948».
La linea difensiva Ma la parte interessante della finto-verissima chiacchierata non è solo quella che riguarda il rapporto «madre-figlia». Nelle righe infatti si trova quella che è, secondo i ben informati, la linea centrale della tesi difensiva alla quale la Lorenzetti, insieme ai suoi legali, sta lavorando nella spinosa vicenda «Sanitopoli». Linea difensiva che in sintesi consisterebbe in questo: «A nessuno – dice la finto-verissima Lorenzetti – ho negato una chiacchierata, a nessuno ho sbattuto la porta. Ebbene, sfido chicchessia a dimostrare che ho superato i confini della legalità. Quando ho potuto fare un favore l’ho fatto; però mai a scapito di altri, né tantomeno violando le leggi».


