Piermario Morosini

di Mario Mariano

Una domenica senza calcio non basta. Anzi, se non serve a onorare la memoria di Piermario Morosini con atti concreti per la sicurezza degli atleti non solo è inutile, ma perfino dannosa (i soldi spesi dalle società per le trasferte da recuperare si potevano investire, ad esempio, in sicurezza). Si cominci dunque col dedicare un impianto sportivo a Morosini, come accadde con Curi. Ma soprattutto si imponga a tutte le società, comprese quelle dilettantistiche, di dotarsi di un defribrillatore.

In Umbria, ad esempio, su 400 società calcistiche, meno di un terzo ce l’ha. Se si pensa che i defibrillatori di ultima generazione costano in media circa 1.500 euro (ma attraverso la convezione della Figc anche meno) cosa aspettare? Altre morti? Per potersi iscrivere alla prossima stagione agonistica si dovrebbe imporre di avere un defibrillatore. Da anni il comitato regionale umbro si è imposto questo progetto ma sembra che le società non abbiano ben compreso quanto sia importante, anche per salvaguardarsi da eventuali responsabilità penali, di tutelare la salute dei giovani che vengono affidati dalle famiglie. Non bastano le visite cardiologiche preventive, seppure scrupolose. Come si è visto pure nel caso di Morosini il calcio, sia professionistico che dilettantistico, per gli interessi che muove, la rilevanza sociale che gli viene attribuita, ha l’obbligo di mettere in sicurezza i suoi atleti.

Tornando a Morosini, l’Italia è rimasta scossa dalla tragedia accaduta sabato pomeriggio allo stadio di Pescara perché ad amplificare quanto accaduto sono state le notizie sul terribile destino di quel giovane bergamasco che in rapida successione aveva perduto le persone più care, prima i genitori, poi il fratello. Dei drammi vissuti da Piermario lo sapevano “solo quelli del calcio”, il gruppo dei tanti compagni delle  troppe squadre in cui aveva militato, ovviamente i dirigenti e gli allenatori. Nessuno ne aveva mai scritto, come era giusto che fosse, perché quelli sono drammi personali: personalmente li ho appresi dalla voce di Novellino qualche istante dopo la notizia della ufficialità della morte.
Quei lutti sofferti da Piermario sono diventati pubblici a distanza di tanto tempo in pochissimi minuti, ne ha scritto subito anche Umbria24, e la tragedia ha assunto contorni ancora più pesanti, la commozione ed il dolore sono, se possibile, cresciuti. E’ stato deciso di fermare il calcio con un provvedimento che non ha eguali nella storia di questa disciplina almeno nel nostro paese ed il provvedimento ha aperto l’immancabile dibattito.

Anche per la morte di Renato Curi l’Italia, sportiva e non, pianse lacrime vere, la sede del Perugia venne invasa da migliaia di telegrammi e lettere per testimoniare la solidarietà di quanti pensarono al dramma di una donna, Clelia Curi, che era incinta all’ottavo mese ed una bambina, Sabrina di appena due anni. Anche quella volta la notizia venne data praticamente in diretta: fu Sandro Ciotti a farsi dare la linea dallo studio centrale di “Tutto il calcio minuto per minuto” per dare l’annuncio. Sono passati più di 34 anni ma abbiamo  tanti fotogrammi di quando accadde in quel pomeriggio di pioggia torrenziale a Pian di Massiano. Curi, subito soccorso, dal massaggiatore Bruno Palomba, dal medico sociale Mario Tomassini, le scene di disperazione di Bettega, Cuccureddu, Benetti, Morini, che forse avevano capito subito la portata del dramma , rispetto ai calciatori del Grifo, che della tragedia vennero informati dal pianto della Giuditta, la storica guardarobiera che non si sarebbe mai sognata di versare lacrime “solo” per un infortunio di gioco. Ciotti in diretta comunicò l’uscita dal terreno di gioco di un calciatore del Perugia, sbagliando il nome (capitava anche ai grandi): disse che in barella era stato portato negli spogliatoi Dall’Oro e non Curi. Dovette rettificare, ma il dramma si era già consumato.

Quella domenica c’era il fior fiore del giornalismo sportivo italiano: i grandi inviati di tutti i giornali a cominciare da Gianni Brera, allora inviato de Il Giorno ad Ezio De Cesari del Corriere dello Sport, a Franco Mentana della Gazzetta dello Sport, Silvio Garioni del Corriere della Sera, Franco Costa della Rai. Articoli memorabili, poesia pura, con Brera che scriveva con la Olivetti 22 e singhiozzava; non fu difficile piangere quel giorno, fu difficilissimo mettere assieme un po’ di idee per raccontare. I giornalisti ancora in servizio ricordano anche che la sera stessa iniziò un grande processo mediatico (esistevano già allora) alla ricerca dei colpevoli. Curi aveva superato tutti i test dell’epoca, compresa la visita cardiologica del centro più specializzato di allora: il Centro tecnico di Coverciano. Fu necessario un approfondimento perché qualche “elemento” non funzionava, qualche referto andava letto in maniera approfondita. Lo stesso Curi, di fronte a qualche medico che si soffermava un po’ troppo su quelle carte, tranquillizzava tutti: «Ho il cuore matto, ma mi sento benissimo». Lo disse anche in una intervista rilasciata al Corriere dello Sport  firmata da Antonio Corbo. La giustizia fece il suo corso, condanna in primo grado anche per il medico sociale della società, Mario Tomassini, ma in appello arrivò la assoluzione.

Proprio nei giorni del dramma Perugia prese una grande decisione, per la verità  l’idea venne per primo a Lanfranco Ponziani del Messaggero, legatissimo a “quel” Perugia: intitolare lo stadio al giocatore marchigiano. Non è stato solo questo che ha reso “immortale” il ricordo di Curi per i perugini e non solo, ecco perché adesso i presidenti delle tante società in cui Morosini ha militato debbono pensare non tanto e non solo al vitalizio per la sorella del calciatore morto a Pescara, debbono decidere di intitolare alla sua memoria qualcosa di importante: un centro sportivo, uno stadio. Per una volta diano un segnale importante agli sportivi che hanno pianto la morte di calciatore, non litighino anche per questo, come stanno facendo per la data di recupero del turno in ci il calcio si è fermato.

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