di Ilio Liberati*
Quando si parla di crescita, di rilancio dell’economia, si dimentica troppo spesso che non lo Stato, ma i Comuni sono stati in Italia il principale volano dello sviluppo. E’ stata soprattutto la «periferia», ovvero il sistema degli enti locali, non il «centro», a investire sulle infrastrutture che hanno prodotto lavoro, quindi ricchezza o almeno benessere, e nello stesso tempo hanno dotato le città delle opere utili a innalzare la qualità della vita. Questo, per un meccanismo molto semplice: il controllo dei cittadini sulla loro amministrazione comunale è più diretto, ed il percorso che va dal progetto alle decisioni, fino alla realizzazione, è più veloce, partecipato, trasparente.
La Manovra cambia lo scenario Nonostante questo oneroso impegno sono stati principalmente i Comuni a «reggere» il Patto di stabilità interno (il Trattato di Maastricht), avendo ottenuto – nel loro complesso, i casi come Parma non sono la norma – sempre saldi finanziari positivi. Ora lo scenario che si profila dopo la recente manovra del governo, e quelle immediatamente precedenti, cambia radicalmente. Da un lato, il ricorso all’accensione di mutui e prestiti è stato fortemente compresso se non addirittura azzerato; dall’altro, viene inevitabilmente rallentato, per le difficoltà di liquidità, il pagamento alle imprese.
Il crollo degli investimenti Esempio, il Comune di Perugia. Dal 2007 al 2011 la spesa per investimenti è passata da 37,8 milioni a 11 milioni di Euro e i pagamenti in conto capitale sono passati da 64 milioni a 18 milioni. Risulta evidente che il meccanismo del Patto di stabilità interno così come concepito ha contribuito a frenare lo sviluppo delle comunità locali e ha messo in crisi l’economia di un settore, come quello edilizio, molto legato agli appalti pubblici. Sono state gravi, come sappiamo, le ricadute sull’occupazione, e nello stesso tempo i cittadini hanno ragione di lamentare carenze di infrastrutture e manutenzioni sui beni di proprietà comunale (strade, verde, pubblica illuminazione, impianti sportivi, scuole, etc.).
Allentare il Patto La vera inversione di tendenza sarebbe quindi tornare a puntare sugli investimenti pubblici e consentire ai Comuni di spendere le risorse conservate a residui nei loro bilanci, al fine di attuare politiche economiche di sviluppo. Un effetto diretto, di fondamentale importanza, sarebbe la crescita dell’occupazione. In Italia ci sono meno persone, soprattutto giovani e donne, che lavorano rispetto ai principali paesi europei, e anche questo frena la crescita dell’economia.
I dati Eurostat I dati Eurostat evidenziano l’anomalia italiana. Nel primo quadrimestre del 2011 – e la situazione nel frattempo non è che sia migliorata – il tasso di occupazione (relativo cioè alla percentuale delle persone comprese nella fascia d’età 15-64 anni) è stato del 56,8% in Italia, contro il 63,8% della media dell’Unione europea. Il confronto con la Germania (71,5%) è impietoso, ma anche la Grecia fa meglio di noi, con il 56,9%. Il divario cresce se si guarda al tasso di occupazione femminile. In Italia è il 46,4% contro una media Ue del 58,1% e a fronte del 66,8% della Germania. Qui giocano fattori culturali e la mancanza di un adeguato livello di servizi per le madri lavoratrici. Ancora peggio va per i giovani. Il tasso di occupazione nella fascia 15-24 anni, che è del 32,9% nella Ue, in Italia scende al 19,6%. In Germania, per esempio, è pari al 47,1%.
No alla rassegnazione Il quadro non induce all’ottimismo, ma non serve una fatalistica rassegnazione. Non vi indugiano certo i Comuni, che devono fare quotidianamente i conti con la gestione delle loro comunità, hanno la responsabilità di dare risposte, lavorano per organizzare servizi. Un alleato importante può essere l’associazionismo comunitario, oggi più che mai inestimabile risorsa di coesione sociale e concreto partner in mille impegni (scuola, sport, ambiente, cultura e così via): un vero valore aggiunto di una comunità. Dice bene il sociologo De Rita: «Lo sviluppo non si fa per decreto ma con la mobilitazione di milioni di persone, come avvenne nel dopoguerra e negli anni Settanta. E serve far crescere lo spazio di chi rappresenta quei convincimenti e quegli impegni minuti ma di massa».
Equità e solidarietà Ancora più importante del «prodotto», è il senso della responsabilità verso la propria comunità, il sentirsi parte attiva di essa, la volontà di spendersi per il bene comune. Anche noi, soprattutto in un momento così difficile, assieme all’equità dovremmo coniugare il valore della solidarietà, intesa nel senso più genuino di valore sociale. Anche noi, prima di chiederci cosa lo Stato possa fare per noi, dovremmo chiederci cosa noi possiamo fare per lo Stato (cito la storica frase di Ted Sorensen, ghostwriter di Jfk). Ma, questa, non è solo una bella formula: ricordiamoci di come il Paese ha affrontato la ricostruzione del primo dopoguerra e con quale slancio è partito alla conquista del benessere, ovvero il periodo del boom economico. Gli italiani sanno come si fa.
*Assessore del Comune di Perugia

