«La cooperazione sociale può rappresentare un modello di sviluppo sostenibile per la nostra regione che valorizza le risorse territoriali mettendo a leva quel capitale sociale capace di far rimanere l’Umbria tra le regioni con un indice di coesione sociale tipico delle regioni del Nord Est». Lo ha affermato l’assessore regionale alle politiche sociali, Carla Casciari, intervenendo all’Assemblea regionale cooperative sociali di “Arcs Legacoop Umbria” che si è svolta a Perugia.
Sfida innovazione «La ricerca effettuata dall’Agenzia Umbria Ricerche dal titolo “La cooperazione sociale in Umbria”, presentata il 2 ottobre, ha messo in risalto come la cooperazione sociale in Umbria di fronte alla crisi abbia mostrato una forte resistenza, reagendo alla con grande capacità anche di innovazione alla contrazione di risorse pubbliche e private. In particolare – ha aggiunto Casciari – lo studio curato dall’Aur ci restituisce l’immagine di un settore vivo, con fatturato e occupazione in crescita, seppure con alcune criticità». L’assessore ha quindi evidenziato che «il nuovo Welfare impone ‘l’innovazione’ su più livelli e quindi negli ambiti di azione, nelle competenze manageriali, nonché nel sostenere reti di cooperazione più ampie dei Consorzi e una forte unitarietà di intenti».
Settore resiste Nel corso dell’assemblea, è stato evidenziato come il settore della cooperazione sociale sia uno dei pochi che ha resistito alla crisi. Negli anni della crisi – è stato detto – le cooperative sociali umbre, in controtendenza rispetto alle altre imprese della regione, hanno infatti fatto registrare un costante incremento sia per il valore della produzione che per i lavoratori occupati. Pero’ a fronte di una riduzione brutale delle risorse pubbliche per le politiche di welfare i cooperatori hanno cercato e stanno cercando di mantenere aperti i servizi (anche quando sono in perdita), di continuare a pagare gli stipendi ai lavoratori (anche quando i committenti non pagano da 2 anni), di dare continuità ai progetti di inserimento lavorativo (anche quando per spending review il lavoratore svantaggiato lo dovresti mandare a casa), di garantire il lavoro ai soci (anche se, per essere efficienti, bisognerebbe licenziare. Tutto questo è stato possibile perché le cooperative hanno potuto utilizzare le riserve accumulate negli anni ed il capitale sociale versato dai soci. È grazie a queste risorse che non ci sono stati – sino ad ora – contraccolpi sul versante occupazionale.
Situazione complessa «La situazione economica delle imprese cooperative sociali della nostra regione – spiega Andrea Bernardoni, responsabile della cooperazione sociale di Legacoop – oggi è estremamente complessa. In molti casi non più sostenibile, in quanto i committenti pubblici (Comuni ed Asl) hanno trasferito sulle cooperative la riduzione dei finanziamenti non riconoscendo o riconoscendo solamente in parte gli adeguamenti dei contratti in essere. La spesa per il welfare con la sua importante dimensione (circa un quarto del Pil italiano) rappresenta una delle leve che abbiamo a disposizione per far ripartire il motore della crescita nel nostro paese».
Spesa da riqualificare Per Bernardoni «in questa ottica la spesa per il welfare dovrebbe essere riqualificata, ridefinendo obiettivi e modelli di intervento, eliminando prestazioni inique e poco utili al sostegno della crescita. In alcuni settori, come quello del welfare sociale, andrebbe incrementata».
