di Maurizio Troccoli
In Italia arriva una novità destinata a segnare una tappa storica per il settore vitivinicolo: con la firma, il 29 dicembre 2025, del decreto interministeriale tra ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) e ministero dell’Agricoltura, viene definito per la prima volta il quadro fiscale e di accise per la produzione di vini dealcolati e parzialmente dealcolati sul territorio nazionale.
Si tratta di un intervento atteso da oltre un anno di confronto tra sostenitori e detrattori, che mette fine a un vuoto normativo apertosi dopo l’adeguamento dell’Italia alla normativa europea che autorizza la produzione di vini con bassa o nulla gradazione alcolica.
Il decreto stabilisce chi e a quali condizioni può effettuare i processi di dealcolazione, introduce autorizzazioni specifiche, adempimenti amministrativi e regole di circolazione del prodotto e distingue i soggetti in base alle quantità prodotte, con soglie come quella dei 1.000 ettolitri annui che marcano diverse soglie di obblighi fiscali. Secondo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il provvedimento offre un quadro normativo chiaro che consentirà alle imprese di accedere a nuove opportunità di mercato, superando il passaggio obbligato finora di esportare le uve o il vino da dealcolare all’estero.
La legge recepisce la distinzione prevista dall’Unione europea tra vino “dealcolato”, con titolo alcolometrico effettivo non superiore allo 0,5 % in volume, e “parzialmente dealcolato”, con contenuto alcolico superiore ma inferiore a quello minimo per la categoria di partenza.
Il provvedimento apre così la porta a un settore che oltreconfine ha già raggiunto volumi e tendenze significativi. Secondo l’osservatorio UIV-Vinitaly, a livello globale il mercato No-Lo (no e low alcohol) vale circa 2,4 miliardi di dollari e potrebbe salire a 3,3 miliardi entro il 2028, con una crescita annua prevista dell’8 % in valore e del 7 % in volume, mentre in Italia si stima un aumento dei consumi da 3,3 a 15 milioni di dollari nei prossimi quattro anni.
Le implicazioni per l’Umbria — regione che nell’ultima vendemmia 2024 ha prodotto circa 381mila ettolitri di vino, con un valore della produzione stimato in circa 76 milioni di euro e una quota significativa di aziende agricole vitivinicole tra cooperative e realtà medio-piccole, rendono la novità normativa particolarmente interessante. Secondo i dati dell’Osservatorio economico umbro, il vino regionale rappresenta oltre il 10 % dell’intera produzione agricola regionale. Se oggi la presenza di vini senza alcol o a bassa gradazione in Umbria è ancora marginale, la nuova normativa offre la possibilità concreta di ampliare l’offerta produttiva locale, affacciandosi a segmenti di domanda in crescita sia in Italia sia all’estero.
Un altro aspetto rilevante per l’Umbria riguarda la presenza di cooperative vitivinicole, che rappresentano una parte importante della struttura produttiva regionale. Il decreto che statuisce condizioni chiare per la dealcolazione può favorire cooperative di scala medio-piccola a operare con maggiore competitività rispetto a prima.
Il mercato internazionale e nuovo profilo di consumatore costituiscono un ulteriore fattore di interesse per i produttori umbri. Il vino dealcolato attrae così non solo chi, per motivi di salute, religiosi o di guida, evita l’alcol, ma anche consumatori interessati a stili di vita più equilibrati che tuttavia non vogliono rinunciare all’esperienza organolettica tipica del vino. Un recente sondaggio UIV evidenziava che un italiano su tre è interessato a consumare vini dealcolati o low alcohol, segnalando una possibile domanda interna in crescita.
