A sinistra, il presidente della Camera di commercio Mencaroni (foto F.Troccoli)
A sinistra, il presidente della Camera di commercio Mencaroni (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

La strada che può condurre le aziende della regione fuori dalla crisi è quella che porta all’estero. A confermarlo è l’Osservatorio economico dell’Umbria della Camera di commercio di Perugia che, lunedì mattina, ha presentato l’analisi relativa al terzo trimestre dell’anno basata su un sondaggio condotto tra 580 imprese di ogni settore. I dati disegnano uno scenario con «andamenti di segno inequivocabilmente negativo», anche se i principali indicatori analizzati mostrano una «caduta più contenuta» rispetto al quadro nazionale. Come accennato in apertura, gli spiragli positivi arrivano dai mercati esteri. Spostando invece lo sguardo verso il commercio, si aggrava il trend negativo dei consumi che causa il «marcato peggioramento» delle attività commerciali con una «ulteriore divaricazione» a favore della grande distribuzione. Su tutto poi dominano le aspettative negative sul quarto trimestre dell’anno, quello delle feste natalizie.

EXPORT QUARTO TRIMESTRE: +8,4% 

L’analisi Scendendo più in profondità la manifattura della regione arretra rispetto al terzo trimestre 2011 in termini di produzione (-5,6%), fatturato (-5,7%) e ordini (-5,3%). A dare una boccata d’ossigeno ci pensa il mercato estero con ordini e fatturato in crescita (rispettivamente +2% e +0,4%). Insomma, per reagire alla crisi peggiore dal dopoguerra in qua le aziende della regione dovrebbero ampliare i propri orizzonti, anche perché le previsioni mostrano come a crescere, nel quarto trimestre, per 4 aziende su 10 sarà proprio l’estero. Per quanto riguarda invece fatturato, ordini e produzione, cinque su dieci prevedono un’ultima parte dell’anno stabile mentre circa tre su dieci un peggioramento.

I settori L’analisi settoriale è caratterizzata perlopiù da segni meno, con buoni dati sui mercati esteri per il comparto chimico, petrolifero e delle materie plastiche. Il settore del legno e del mobile è quello che arretra di meno (anche sul piano nazionale), mentre reggono meccanica e mezzi di trasporto, specialmente grazie al mercato estero. La contrazione, contenuta per il settore elettrico, è invece pesante per i metalli. Non rappresenta certo una novità poi il dato che mostra come le imprese con più di 50 dipendenti soffrano di meno delle piccole: numeri che mostrano ancora una volta come sia il nanismo imprenditoriale uno dei tanti guai che affligge il tessuto economico della regione.

Consumi ko Dalle 180 imprese del settore commerciale invece, da quelle della grande distribuzione fino ai piccoli, emerge poi l’ulteriore rallentamento dei consumi: -8,4% rispetto al terzo trimestre 2011 contro il -6,7% del trimestre precedente. Tra luglio e settembre di quest’anno inoltre cresce la quota (50%) delle aziende che segnalano un calo delle vendite e un restringersi (dal 14% al 9%) di quell’area che ha registrato aumenti dei volumi d’affari. In questo contesto è la grande distribuzione a tenere il passo rispetto all’anno passato con volumi identici mentre, dall’altra parte, il confronto con l’anno passato mostra i piccoli che vendono al dettaglio andare ko: -8,5% per gli alimentari e -11% per i non alimentari con un aggravio complessivo di circa un punto e mezzo. Numeri negativi che si riflettono anche sulle previsioni per l’ultimo trimestre dell’anno: oltre il 35% dei commercianti al dettaglio si aspettano un calo, la metà rispetto alla grande distribuzione.

Cessazioni e iscrizioni Tra luglio e settembre poi ogni 3 giorni un’impresa (il 64% erano società di capitali) è fallita con 1.087 nuove realtà nate (7,6% rispetto al terzo trimestre 2011) e 844 cessate (-1,6%). Commercio e costruzioni i settori dove si sono avute le maggiori iscrizioni ma sono dati che non devono trarre in inganno: in molti casi si tratta di persone magari licenziate o vittime di chiusure che tentano da soli la via della fortuna. Il rovescio della medaglia mostra poi come spesso questa avventura non vada a buon fine: la maggior parte delle cessazioni si registrano infatti in questi due settori. Oltre 350 poi le imprese «giovanili» (-15,4% rispetto al 2011), 300 (-19%) quelle create da donne ma anche qui occorre fare attenzione perché in molti casi si tratta di autoimpiego. Crollano invece del 25% le iscrizioni di nuove imprese gestite stranieri.

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