di Ivano Porfiri
«Noi siamo pronti a dare una mano a mettere in piedi una catena del freddo, anche a -80°, per il vaccino anti Covid e lo abbiamo già segnalato alle autorità, attendiamo risposta». Si trova in Umbria, a Massa Martana, l’unica azienda italiana, e tra le pochissime in Europa, in grado di progettare e produrre moduli di medio-grandi dimensioni capaci di conservare le fiale a bassissime temperature lungo tutto il tragitto dalla fabbrica alla siringa del medico. È la Angelantoni Life Science srl, una delle aziende del gruppo Angelantoni, che opera nel campo dal 1932 e nel 1961 fu la prima azienda in Europa a produrre un “frigo” capace di scendere sotto i -100°. Oggi produce simulatori che vanno a 4° Kelvin (-269° Celsius) per navicelle spaziali o per testare carri armati o le nostre automobili. Il presidente e amministratore delegato Gianluigi Angelantoni però chiarisce subito un punto: «La sfida che abbiamo davanti è complessa, non si può pensare di risolvere i problemi di stoccaggio e trasporto dei vaccini, soprattutto alle bassissime temperature, dall’oggi al domani, ci vogliono almeno 4-5 mesi. Per cui chi deve decidere lo faccia in fretta ma con competenza».
In questi giorni abbiamo sentito di vaccini con caratteristiche diverse, da quello Pfizer-Biontech che richiede temperature bassissime a quello Moderna, che invece può resistere quasi nel frigo di casa. Cosa cambia nella logistica?
«La nostra specializzazione è soprattutto sulle bassissime temperature. Il frigo a -30° è una commodity commerciale che troviamo anche a casa. Le producono in molti. Scendere sotto -40° comporta invece problematiche totalmente differenti, richiede impianti con doppi compressori in cascata, capacità realizzative non da tutti e ovviamente anche costi differenti. Noi siamo l’unica azienda italiana e tra le 2 o 3 in Europa a progettare e produrre questi macchinari di volume medio-grande. Per questi, camere vere e proprie accessibili all’ operatore, anche l’operatività cambia alle bassissime temperature, tanto che noi abbiamo anche progettato, con un’altra azienda umbra, un sistema robotizzato per entrare in questi moduli fino a -80°C al posto dell’uomo».
Come si costruisce una catena del freddo così complessa?
«Ci sono fondamentalmente quattro fasi. Quando il vaccino viene prodotto richiede un primo stoccaggio in azienda, con grandissimi magazzini refrigerati dove si mettono milioni di fiale. Immagino che le multinazionali con varie sedi nel mondo cercheranno di decentrare il più possibile la produzione per accorciare la seconda fase, che è la più delicata, quella del trasporto. Poi c’è lo stoccaggio in hub regionali con magazzini più piccoli refrigerati ed infine il modulo da ospedale o ambulatorio (il cosiddetto congelatore) in grado di mantenere la necessaria temperatura nel luogo dove avviene la vaccinazione».
Come può avvenire il trasporto che, appunto, è la fase più delicata?
«Pfizer ha ideato una sorta di scatolone da mille-5 mila dosi immerse in ghiaccio secco in grado di mantenersi per 10 giorni. Ma noi abbiamo pensato una soluzione ad hoc che non farebbe mai uscire la fiala dalla fabbrica al magazzino locale. Si tratta di uno shelter, cioè un container di 20-25 metri cubi capace di contenere fino a un milione di dosi di vaccino, ben coibentato e con un sistema di refrigerazione doppio (per la sicurezza di esercizio), che verrebbe caricato nella fabbrica e da qui trasportato su camion, navi o aerei fino all’hub regionale o locale. Se ne potrebbero mettere insieme diversi, anche uno sull’altro, forniti di un tettuccio per le intemperie. Così, ad esempio si potrebbe assemblare un centro di stoccaggio nel Centro Italia e poi inviare i singoli moduli a un dato ospedale. Richiederebbe solamente il collegamento alla rete elettrica».

Il governo ha affidato la gestione del vaccino anti Covid al commissario per l’emergenza e i tempi sono stretti. Avete già avuto contatti?
«Noi abbiamo già segnalato una ventina di giorni fa le nostre capacità dicendoci disponibili come consulenti, prima ancora che come fornitori. Al momento attendiamo una risposta. Speriamo di averla a breve. Intanto abbiamo registrato l’interesse di un importante player italiano della logistica e anche da 3-4 aeroporti del Nord Italia che iniziano a pensare a magazzini di stoccaggio».
Se vi coinvolgessero, che tempi ci vorrebbero per mettere su una catena del freddo a simili temperature?
«Noi siamo in grado di gestire la progettazione e la produzione interamente in Umbria, a Massa Martana, dove abbiamo due stabilimenti produttivi con oltre 30.000 mq coperti e 300 persone che vi lavorano. Il lavoro non ci manca, ma ovviamente daremmo la priorità a una simile emergenza. Solo che, su questo bisogna essere chiari, ci vuole il tempo, le autorità non possono muoversi all’ultimo momento. Una soluzione tipo quella di Moderna, per la quale pure siamo attrezzati, si fa nel giro di un mese o due, ma per il vaccino tipo Pfizer ci vogliono circa 5 mesi. I congelatori più piccoli a -80°C li facciamo in serie, ma quelli più grandi bisogna progettarli, ordinare i componenti ai fornitori, riceverli, almeno un mese per l’assemblaggio e il collaudo, poi vanno smontati, inviati e riassemblati in loco. Di certo, non si può decidere a dicembre e sperare che la catena del freddo sia pronta a gennaio».
