Al centro il presidente Umbro Bernardini

di Iv. Por.

«Terni senza Ast è una città che non riesco a immaginare». E’ questo l’incipit di un intervento del presidente di Confindustria Umbro Bernardini, ternano doc, parlando della delicata questione dell’Ast dopo la sentenza sul rogo di Torino, in un articolo sull’inserto Centronord del Sole 24 Ore. «Quella di Torino è una tragedia che ci ha toccato tutti e crediamo nella giustizia, ma il territorio ha diritto di difendersi perché rischia l’osso del collo», dice Bernardini.

L’impegno della Marcegaglia «L’azienda non si è espressa ufficialmente – dice – ma io sono propenso a temere un sostanziale disimpegno che, si badi bene, non significa chiudere dall’oggi al domani. Ci sono molti modi: spostamenti graduali, vendita, chiusura. Avventurarsi oggi in previsioni è quantomeno avventato». Anche per questo il leader degli industriali umbri spiega come, all’indomani della sentenza, abbia messo per iscritto la sua preoccupazione in una lettera alla presidente nazionale Emma Marcegaglia. «Mi ha richiamato al telefono e ha condiviso i miei timori che un caso simile, oltre ai danni locali, possa costituire un ulteriore elemento di perdita di attrattività dell’Italia per le imprese estere. Io le ho chiesto di adoperarsi ai più alti livelli per difendere Terni e l’Umbria: a mio modo di vedere il tema dovrebbe finire nei colloqui tra Berlusconi e la Merkel».

Sotto la pelle di Terni «L’Ast ha dato a Terni ricchezza e identità – spiega Bernardini -, la città si è plasmata intorno alla grande industria”. Alla vigilia della seconda guerra mondiale nel polo della “Terni” (come ha iniziato a chiamarsi dal 1922) lavoravano 22mila persone. Oggi sono 3mila gli addetti Ast (compresi quelli delle controllate Sdf, Aspasiel e Tubificio), più alcune migliaia del “sistema Thyssen” . «Io reputo che siano 10mila nella cerchia dell’indotto – afferma Bernardini – ma tutti i ternani, anche i bambini, hanno un legame con l’acciaieria. Il grande sogno, per me la grande illusione, di creare una città senza la fabbrica è andato fallito. Oggi Terni è più che mai dipendente dalla Thyssen». Anche per il direttore regionale della Cna Paolo Arcelli «seppure se non sia più come negli anni ’60 in cui Terni si identificava con l’acciaieria e il tessuto è andato diversificandosi, la perdita dell’Ast sarebbe un danno irreparabile». E i numeri riportati gli danno ragione.

Un quarto della ricchezza umbra Con un valore della produzione nel 2008 di 2 miliardi e 400 milioni di euro, la ThyssenKrupp – Acciai Speciali Terni è di gran lunga la prima azienda dell’Umbria. A questo va sommato il giro di affari mosso dall’indotto. Un indotto non di filiera, dato che il prodotto è pressoché in toto destinato all’export, ma per lo più di servizi. Un nugolo di aziende di costruzioni, impiantistica, trasporti ottiene commesse dalla Thyssen. Non esistono numeri precisi, ma dando per buona la stima della Cna di Terni, che valuta come quasi il 60% delle imprese locali siano, in un modo o in un altro, legate al gigante d’acciaio, si può calcolare intorno al sistema Ast un giro di affari che sfiora i 4 miliardi di euro annui, cioè un quarto del Pil della regione, stimato sui 16-17 miliardi. Se poi dal Pil si depurano i circa 2 miliardi del settore pubblico, la percentuale cresce ancora. Quanto all’export, l’Istat nel 2010 valuta in quasi 819 milioni di euro quello prodotto dal settore metallurgico ternano (in pratica l’Ast), cioè il 60% dell’export provinciale e circa il 25% di quello dell’intera Umbria.

Difesa del territorio Le preoccupazioni, per la verità, circolavano sottopelle anche prima della sentenza del 15 aprile. Ma è stato il verdetto della  seconda sezione della corte di assise di Torino a rendere quella paura concreta tra istituzioni e sistema economico. Tanto che le voci levate dall’Umbria hanno stonato, per alcuni, nel coro di chi ha celebrato la sentenza nell’ottica del richiamo al rispetto della sicurezza sul lavoro. Soprattutto in seno alle forze di centrosinistra. Dalla presidente di regione Catiuscia Marini fino al sindaco dimissionario di Terni Leopoldo Di Girolamo, passando per il presidente della Provincia Feliciano Polli e i vertici della Camera di commercio, ma anche i sindacati, tutti hanno sottolineato la preoccupazione per le possibili ricadute della sentenza sul sistema economico locale. Prese di posizione «giuste», secondo Bernardini, mentre sono «incommentabili»  quelle di chi nega al territorio di muoversi per difendere un suo patrimonio.

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