di Marco Torricelli
Il passo indietro è clamoroso e, molto probabilmente, segnerà in maniera decisiva la sorte della Sangemini. A pochi giorni dalla scadenza dei termini entro i quali avrebbe dovuto presentare il piano industriale per ottenere l’affitto del ramo d’azienda, il gruppo Norda ha fatto un clamoroso testacoda ed ha annunciato di non essere più interessato all’operazione.
Fallimento Davanti alla Sangemini, adesso, si spalanca il baratro del fallimento: le banche, Unicredit in testa, creditrici per una cifra vicina agli 80 milioni di euro, non avrebbero garantito nessun percorso preferenziale per portare a termine l’operazione e, quindi, per i 136 dipendenti dell’azienda attualmente sotto il controllo degli armatori campani Rizzo, Bottiglieri e De Carlini, si materializza l’incubo peggiore.
Le banche Ed è proprio al sistema bancario che le organizzazioni sindacali, che «esprimono forte preoccupazione per quanto determinatosi», chiedono «in modo particolare un impegno fattivo per individuare una soluzione e un piano industriale che garantiscano continuità produttiva e mantengano i livelli occupazionali». Soprattutto in «un territorio già fortemente colpito dagli effetti della crisi vedrebbe compromesso ulteriormente l’assetto produttivo e il futuro occupazionale di centinaia di lavoratori dell’indotto Sangemini».
Sciopero La comunicazione è stata data, ufficialmente, nella mattinata di lunedì: l’assessore regionale Vincenzo Riommi ha incontrato i sindacati e ha formalizzato l’annuncio dato dalla famiglia Pessina, proprietaria dei marchi Norda e Gaudianello. La prima reazione sindacale è stata quella di proclamare uno sciopero per la giornata di martedì, con un presidio davanti ai cancelli della Sangemini. Alle 10,30, sempre davanti ai cancelli, parleranno i sindacalisti.
La storia I contatti tra la proprietà della Sangemini e la famiglia Pessina, anticipati da Umbria24 all’inizio di luglio, erano poi stati confermati ufficialmente dai due gruppi in trattativa, con il tribunale che aveva concesso tempo fino al 24 settembre per portare a termine le procedure. Che adesso sono ufficialmente saltate. Con il rischio, molto concreto, che uno dei più prestigiosi marchi di acque minerali italiane termini la propria vita – o almeno una parte di essa – con una sentenza di fallimento. Che potrebbe spalancare la porta a chi, forse, non aspetta altro.
