Protesta lavoratori Isrim (foto archivio U24)

di M. To.

Si alza il tiro. Di Molto. Adesso, per cercare una soluzione alla drammatica crisi dell’Isrim, si punta direttamente al presidente del consiglio, Matteo Renzi.

Bartoli A prendere l’iniziativa di rivolgersi a Renzi è stato il consigliere regionale di Confimpresa, Francesco Bartoli, che chiede un intervento «in qualità di rappresentante del governo, che è direttamente coinvolto visto che è uno dei principali creditori attraverso il Miur, e in qualità di segretario del Partito democratico, ugualmente coinvolto in quanto i soci pubblici dell’Isrim (Regione Umbria, Provincia e Comune di Terni) sono tutti amministrati dal Partito democratico e gli amministratori dell’Istituto sono ugualmente sempre stati nominati dal Pd».

La crisi I ricercatori, scrive Bartoli al presidente del consiglio, «non hanno chiaramente alcuna responsabilità sulla gestione amministrativa, e finanziaria, svolta da amministratori di nomina politica (tutti in quota Pd) , senza che i soci (Regione, Provincia e Comune tutti targati Pd) al tempo stesso abbiano minimamente esercitato il loro ruolo di indirizzo e controllo. Questo istituto poteva essere un fiore all’occhiello della ricerca italiana, e prestando servizi e consulenze in tanti ambiti anche privati poteva essere nel tempo anche finanziariamente autosufficiente, perché si vuole farlo fallire?»,

L’appello Il rappresentante di Confimpresa chiede a Renzi «di esercitare tutta la tua influenza sia in seno al governo che in seno al Partito democratico per salvare l’Isrim di Terni in questo modo» e propone di «chiedere con urgenza, in tempo utile prima della data fissata dall’assemblea dei soci (11 luglio), ai commissari liquidatori una relazione urgente sulle cause del dissesto finanziario»; di «intimare ai soci pubblici dell’Istituto (Regione Umbria, Comune e Provincia di Terni) di procedere alla ricapitalizzazione dell’Isrim in modo da evitare il fallimento»; ma anche di «avviare una ispezione interna al Partito democratico dell’Umbria, in particolare sui rapporti e le influenze che lo stesso partito esercita in tutte le società partecipate della Regione e dei Comuni umbri».

Melasecche Sul tema interviene anche il consigliere comunale Enrico Melasecche (‘I love Terni’) che fa riferimento ad «un caso analogo di ben maggiori dimensioni, una società partecipata dal Comune di Palermo» nel quale «il tribunale fallimentare di quella città ha rifiutato la richiesta di fallimento per la semplice ragione che è troppo comodo per gli enti locali continuare ad usare società del genere con leggerezza, mettendo politici, pseudo politici o amici dei politici al loro vertice».

La sentenza Secondo Melasecche «quello che dice il tribunale di Palermo è chiaro – ‘L’utilizzo di enti formalmente di diritto privato non può essere un escamotage per disinteressarsi del buon andamento della società partecipata attraverso la scorciatoia delle procedure fallimentari, quindi “omettendo la sorveglianza e producendo un evidente danno erariale’ . e se così fosse non dovrebbero dormire sonni tranquilli a Terni e Perugia i politici responsabili di tale disastro, peraltro ampiamente annunciato, perché cinismo e furbizia non sono più tollerati».

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