di Fabio Toni
«Quella messa in atto potrebbe non essere soltanto una mera operazione finanziaria mordi e fuggi (del tipo ‘acquistiamo e poi rivendiamo’; ndr). Siamo un sito integrato importante la cui competitività può essere incrementata in poche mosse». Parola dell’ad di Ast Marco Pucci, che chiarisce: «La mia è una valutazione neutra, da manager di un sito che nel giro di qualche mese tornerà in mano a ThyssenKrupp». Il ‘closing’ dell’operazione, in attesa che la commissione europea si esprima nel merito, arriverà nel primo trimestre del 2014. Dalle parti di viale Brin – non potrebbe essere altrimenti – si procede ormai con i piedi ben piombati. Il passaggio comunque, al netto delle formalità di rito, viene dato per certo.
UN 2013 ‘MOVIMENTATO’: PARLA L’AD MARCO PUCCI
Ritorno a casa L’occasione per fare il punto dopo il clamoroso dietrofront che ha spiazzato un po’ tutti – «anche noi», ammette Pucci – è rappresentata dagli auguri natalizi all’interno della storica biblioteca aziendale. «Dopo tante incertezze – spiega l’ad – il 2013 si è concluso con quello che potremmo definire un ‘ritorno a casa’. Certo, non tutto è come lo avevamo lasciato, ma conosciamo bene i nostri interlocutori e sappiamo rapportarci con loro».
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I pro Marco Pucci anticipa la domanda più scontata: «Non chiedetemi se sono ottimista o pessimista per il futuro. Non ho la palla di vetro. Possiamo però valutare pro e contro e dire la nostra su quello che Thyssen Krupp può fare per migliorare la competitività di Ast». Si parte allora dai dati positivi: «A noi serviva un partner industriale forte e Tk lo è. Tutti poi puntavamo a mantenere l’integrità del sito, Tubificio in testa, e mi pare che anche qui ci siamo. Avremo una rete di distribuzione forte in Europa e non solo, con un centro servizi, quello presente in Turchia (300 mila tonnellate di consumi annui; ndr), che ci permette di distribuire e canalizzare prodotti in un mercato in forte ascesa e decisivo per i rapporti con i paesi arabi e del medio oriente». Non sfugge il fatto che Tk si sia chiamata fuori dalla produzione dell’inossidabile: «È vero – afferma Pucci – ma è ancora attiva nella distribuzione di prodotti inox attraverso controllate come Materials e Elevator».
‘Freddo’ nel futuro «Nell’anno e mezzo trascorso da soli abbiamo dovuto affrontare il mercato facendo leva solo sulle nostre forze. Nonostante ciò abbiamo consolidato la presenza in Europa (la stima si aggira sul 13%; ndr) e in Italia (40% del mercato). So bene che non avremo più la possibilità di alimentare le nostre ex società del gruppo (Messico, Cina e Alabama; ndr) ma abbiamo gettato le basi per compensare tutto ciò attraverso una crescita consistente nei volumi di Laf (la parte ‘fredda’ della produzione; ndr) che ha la marginalità migliore di tutti». Eccoli allora gli obiettivi indicati dalla dirigenza: incremento del ‘freddo’ ben oltre le 500 mila tonnellate attuali – «peraltro siamo vicini a saturare le nostre capacità produttive attuali», aggiunge Pucci – e puntare anche la produzione intermedia, il cosiddetto ‘nastro a caldo’.
Cosa serve Per la scalata servono nuovi impianti. Così l’ex linea 5 dello stabilimento di Torino – quella dove avvenne tragico rogo del dicembre 2007, oggi ribattezzata ‘linea 6’ – verrà portata a Terni. La tempistica è ancora incerta, anche se l’azione non sembra dipendere dal passaggio ufficiale Outokumpu – ThyssenKrupp. «Abbiamo già realizzato le fondazioni e la cabina elettrica – spiega l’amministratore delegato – ma la linea non si può montare così com’è. Va ristrutturata. Per incrementare il freddo serviranno anche altri impianti che dovranno essere inseriti nei possibili investimenti da parte di ThyssenKrupp».
Il dubbio La riflessione alla fine torna sulla natura dell’operazione che ha riportato l’Ast nella galassia di Tk: «Che la genesi sia finanziaria – afferma Pucci – è un dato di fatto, visto che Tk si è ripresa Terni, Vdm e i centri servizi (valore totale 1,3 miliardi di euro; ndr) per compensare il prestito concesso a Outokumpu. Ma rivendere tutto ciò dopo un anno non avrebbe senso, se non altro per il forte rischio-perdite insito in un’operazione del genere». Inutile fare ipotesi, anche perché le mutevoli condizioni di mercato possono scombinare qualsiasi piano studiato a tavolino. Così si guarda al ‘breve’ rappresentato dall’avallo della commissione europea, «che non sarà solo formale – aggiunge Pucci – visto che già nel novembre del 2012 l’organismo disse che l’acquirente doveva garantire visibilità e competitività». L’attesa – non poca a questo punto – è tutta o quasi per quello che sarà il piano industriale della ‘nuova’ proprietà.
