La manifestazione del 5 marzo 2010

di Marco Torricelli

«Houston, abbiamo un problema». Uno? Houston, per capirci, è la base della multinazionale LyondellBasell e il futuro del polo chimico di Terni dipende, integralmente, da quello che hanno intenzione di fare – o di non fare – in Texas. Un polo chimico, peraltro, che somiglia sempre più ad un castello di carte – che sta in piedi solo se ogni singola componente tiene le altre – e davanti al quale si sia acceso un ventilatore. Che gira sempre più forte. E, intanto, a tre anni dalla prima grande manifestazione organizzata in città – era il 5 marzo del 2010 – la faccenda è arrivata al punto morto di oggi: con Terni Research che ha annunciato il proprio disimpegno, facendo traballare il castello di carte in maniera paurosa.

Le domande Intanto c’è una domanda inquietante: ma laggiù, nel paese dei cowboys e dei pellerossa, hanno mai saputo, davvero, quello che capitava da queste parti? Già, perché adesso viene fuori, come denunciano i sindacati ternani dei chimici, che «se sappiamo con certezza che la casa-madre non ha mai risposto alla seconda proposta presentata dai possibili compratori (Terni Research, Novamont e Cosp Tecnoservice, che avevano elevato l’offerta da 4 a oltre 6 milioni di euro; ndr), non siamo sicuri nemmeno che quella proposta sia mai arrivata». Già, perché uno dei dubbi è «se il management italiano l’abbia mai inoltrata». Che, come inizio, non è male.

I sindacati Con tensioni interne sempre più evidenti e messi sotto pressione dai lavoratori impauriti e sempre più arrabbiati, i sindacati ternani cercano di tenere botta: «A dicembre l’assessore regionale Riommi ci comunicò che la cose si stavano mettendo bene. Questo è il risultato», attaccano. Ma lo disse anche il governo: «E ora il sottosegretario De Vincenti ci fa sapere che convocherà Basell per un incontro», dice Sergio Cardinali, della Cgil. Un incontro «lo chiederemo anche noi, a tutti i soggetti che avevano manifestato interesse, anche perché – specifica Francesca Rossi, della Cisl – in effetti da Novamont è un po’ che non abbiamo notizie». Mentre Franco Di Lecce, della Uil, si concentra sui politici «che ci hanno ingannato, a tutti i livelli». E dichiarano di aspettare «48 ore, per conoscere gli esiti dei vari incontri in programma», prima di decidere le «eventuali forme di mobilitazione». Per martedì alle 15, intanto, la regione ha convocato un incontro, con i sindacati, nella sede ternana di palazzo Gazzoli.

Gli allarmi Per cominciare c’è Meraklon, per la quale è in programma, nella giornata di martedì, «una riunione, al ministero, nella quale proseguirà la trattativa relativa alla sua possibile cessione»; poi c’è Treofan che «ci ha comunicato l’intenzione di procedere alla richiesta del rifinanziamento dei suoi debiti – spiegano i sindacalisti – ma ci ha anche detto che le sue strategie, che dovranno essere decise entro il 31 marzo, sono ovviamente legate all’evoluzione della vicenda»; quindi c’è Edison, la cui centrale elettrica, decisiva per poter contare su energia a costi contenuti, «è tra quelle che l’azienda considera a rischio e sulla quale deciderà entro giugno» e Scat, che «ha il 50% del personale in cassa integrazione».

I politici L’assessore regionale Vincenzo Riommi, chiamato in ballo a più riprese, dice che «non si può tollerare che da parte di Basell si possa continuare a mantenere un atteggiamento di mancato confronto» e continua a fare professione di ottimismo anche rispetto all’annunciato ritiro di Terni Research: «Sono intenzionato a verificare la possibilità di portare avanti la collaborazione avviatasi». Su quali basi non si sa. Mentre i parlamentari del Pd appena eletti – Marina Sereni e Gianluca Rossi, che lunedì mattina si sono incontrati con i sindacalisti, insieme all’assessore comunale Sandro Piermatti – hanno garantito «il massimo impegno per sollecitare il governo ad un intervento immediato», ovviamente. Poi c’è il Movimento 5 Stelle, che ha inviato un ‘delegato’ del senatore Lucidi «impegnato nel vertice di Roma con Grillo», a «prendere informazioni».

Le aree Il comune ha garantito che la destinazione d’uso di tutte le aree in questione resterà industriale, ma è ovvio che non basta «perché se si smantella e si bonifica tutto, non ci sarà più alcun motivo per mantenere quelle destinazioni d’uso – dicono i lavoratori – e noi, di una distesa di terreno deserto, che ce ne facciamo?». Loro, magari, niente. Ma su decine e decine di ettari di terreno si possono puntare le attenzioni di chiunque. Basta che abbia capitali da mettere in circolazione, ma questo apre scenari diversi. E pure inquietanti. Soprattutto perché l’unica certezza, al momento, è che «Basell ha stanziato i fondi per l’eventuale bonifica». Ecco: un sacco di soldi a disposizione e – faccenda non trascurabile – la possibilità di spacciare quella eventuale operazione come un’opportunità di dar lavoro, per anni (perché bonificare, lì, significa andare avanti per parecchio tempo) ad un bel po’ di gente. Con lavori assegnati, ovviamente, in base a bandi europei. Ma poi scatterebbero i subappalti e, quindi, si aprirebbero scenari inimmaginabili.

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