La sede della Scs (foto Fabrizi-U24)

di Chiara Fabrizi e Daniele Bovi

Poco meno di due settimane. La Scs (Spoleto credito e servizi) avrà tempo fino all’11 febbraio per individuare un socio disposto a rilevare il 26% delle quote di Banca Popolare di Spoleto in mano al Monte dei Paschi di Siena. Arriva al termine di una giornata frenetica, con il titolo sospeso per qualche ora dalle contrattazioni di Borsa, riprese poi dopo la nota della cordata Clitumnus srl, l’ufficializzazione della proroga concessa da Rocca Salimbeni alla holding che ha in mano il 51% di Bps e che, forse, sperava di potere contare su una revisione delle scadenze più favorevole.

LA CORDATA ESCE ALLO SCOPERTO, ANTONINI RESPINGE L’OFFERTA

Ipotesi prestito Già, perché le trattative sarebbero tuttora in corso e il timore è che entro l’11 febbraio non si sia trovato l’accordo con chi in questi mesi ha recapitato all’advisor, Banca Imi, la propria manifestazione di interesse. Tant’è che in casa Scs si è già fatta largo da qualche tempo la possibilità di acquisire il 26% delle quote Mps, annullando il pressing delle scadenze e rimandando l’individuazione del socio di minoranza. Un’opzione che permetterebbe con tutta calma di trovare il socio (di minoranza) più gradito alla banca spoletina. Il problema è che liquidità a sufficienza per fare fronte a un’operazione di questo tipo non ci sarebbe e così scatta il piano B. Piano B che consiste nel reperimento della liquidità necessaria tramite un prestito-ponte che Scs, non è chiaro con quali garanzie, sarebbe pronta a contrarre per liquidare Rocca Salimbeni.

Non siamo in vendita Anche perché l’Opa annunciata da Il Messaggero e confermata qualche ora dopo dalla stessa Clitumnus «non interessa» alla Scs il cui consiglio di amministrazione (cda) è tornato a ribadire quanto già affermato nelle scorse settimane: «Sul mercato c’è solo il 26% di Bps, i nostri 20 mila soci non consentono la cessione del 51%». Ma se quanto messo sul piatto, warrant compresi, dalla Clitumnus presieduta da Francesco Carbonetti dovesse piacere ai soci cosa succederebbe?

Serve l’assemblea La holding del presidente Antonini sarebbe costretta a convocare un’assemblea straordinaria mettendo ai voti la modifica dello statuto nella parte in cui non consente la cessione delle quote di maggioranza. «Difficile – fanno sapere da Scs – che i nostri soci approvino una simile variazione, tecnicamente non è impossibile ma non ci sono i tempi e poi la posta in palio sarebbe troppo alta». In ballo, infatti, ci sarebbe la stessa sopravvivenza della holding che se per volere dei soci dovesse cedere il 51%, almeno sulla base delle attuali regole statutarie, finirebbe in liquidazione. Intanto fonti della Clitumnus fanno notare «Scs non avrà i soldi per ricapitalizzare», lasciando intendere di godere anche del lasciapassare di Bankitalia.

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