Si lavora di più ma non si guadagna molto di più. E soprattutto non si riesce a comprare quanto si comprava prima. Oltre a rischiare di andare in pensione con assegni meno generosi rispetto alle generazioni precedenti. È questo uno dei messaggi più significativi che emerge dal XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato oggi, che offre una lettura diversa rispetto al tradizionale dibattito sull’innalzamento dell’età pensionabile. Il tema non è soltanto quanto si lavorerà, ma quanto varrà il lavoro svolto durante la vita lavorativa ai fini della pensione.
Il precedente Rendiconto sociale dell’Inps ha evidenziato come in Umbria si continui a uscire dal lavoro mediamente più tardi rispetto alla media nazionale, soprattutto tra le donne, ora si aggiunge un’altra caratteristica: la crescente distanza tra occupazione e qualità delle retribuzioni.
Nel 2025 gli assicurati Inps in Italia hanno raggiunto il record di 27 milioni, confermando la crescita dell’occupazione registrata negli ultimi anni. Ma dietro questo risultato convivono situazioni molto differenti. La retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti pubblici e privati è pari a 27.649 euro lordi, valore che però comprende anche chi ha lavorato soltanto per brevi periodi dell’anno. Chi invece ha un’occupazione stabile, a tempo pieno e per l’intero anno, percepisce mediamente 41.872 euro lordi, mentre chi alterna part time e periodi di inattività resta sotto i 10 mila euro annui.
È proprio questa forte polarizzazione a rappresentare uno degli aspetti più interessanti anche per l’Umbria. Negli ultimi anni la regione ha registrato un aumento degli occupati, ma buona parte della crescita è arrivata da comparti come commercio, turismo e servizi, dove risultano più diffuse forme di lavoro part time, stagionale o discontinue. Una dinamica che contribuisce ad aumentare il numero degli occupati senza tradursi automaticamente in un corrispondente incremento dei redditi da lavoro.
Il Rapporto Inps mette inoltre in evidenza come gli stipendi abbiano continuato a rincorrere l’inflazione senza riuscire a recuperarla completamente. Tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni lorde dei lavoratori a tempo pieno sono aumentate mediamente del 14%, mentre nello stesso periodo l’inflazione si è collocata intorno al 18-20%. Ancora più significativo è il fatto che gli incrementi non siano stati uguali per tutti: i lavoratori che già percepivano gli stipendi più bassi hanno beneficiato di aumenti medi del 10,2%, mentre per chi apparteneva alle fasce retributive più elevate l’incremento è stato del 14,8%.
È un elemento che si inserisce nel quadro già emerso per l’Umbria attraverso le elaborazioni sui salari reali pubblicate negli ultimi mesi. La regione continua infatti a caratterizzarsi per livelli retributivi inferiori rispetto a molte altre aree del Centro Italia e una struttura produttiva composta prevalentemente da piccole e medie imprese, dove la capacità di assorbire gli aumenti dei costi del lavoro risulta generalmente più limitata.
Il rapporto segnala però anche un altro aspetto meno evidente. Se gli stipendi lordi hanno perso terreno rispetto all’inflazione, quelli netti hanno mostrato un andamento migliore grazie agli interventi fiscali introdotti negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni nette sono aumentate mediamente del 17,4%, avvicinandosi così all’andamento dei prezzi. Una differenza che, osserva l’Inps, è dovuta soprattutto alla riduzione del prelievo fiscale e contributivo più che a una crescita delle retribuzioni contrattuali.
La conseguenza, tuttavia, riguarda direttamente il sistema previdenziale. I contributi pensionistici vengono infatti calcolati sulle retribuzioni lorde. Se queste crescono meno dell’inflazione e se aumenta il numero delle carriere discontinue o a tempo parziale, anche il montante contributivo accumulato durante la vita lavorativa tende a ridursi.
È proprio questo il secondo grande messaggio del Rapporto Inps. Le nuove pensioni risultano già oggi mediamente inferiori rispetto a quelle percepite dalle generazioni precedenti, effetto del progressivo passaggio al sistema contributivo, delle carriere lavorative meno lineari e di livelli salariali mediamente più contenuti. Una tendenza che il precedente Rendiconto sociale aveva già evidenziato e che, per una regione come l’Umbria, caratterizzata da salari relativamente bassi e da una forte presenza di piccole imprese, potrebbe assumere un peso ancora maggiore nei prossimi anni. Insomma prezi più alti e pensioni più basse, per una vecchiaia più complicata.
Il nuovo Rapporto Inps suggerisce che la vera sfida sarà garantire pensioni adeguate a una generazione che, pur lavorando più a lungo, rischia di accumulare contributi su retribuzioni meno elevate e su percorsi lavorativi sempre più frammentati. Una prospettiva che interessa l’intero Paese ma che, alla luce delle caratteristiche del mercato del lavoro umbro, assume un significato particolare anche per la regione.
