Donald Trump ha firmato il 14 novembre 2025 un ordine esecutivo che elimina retroattivamente (a partire dal 13 novembre) dazi su oltre 200 prodotti alimentari, inclusi caffè, tè, banane, pomodori, vari frutti esotici, pinoli e carne bovina. La motivazione ufficiale è duplice: da un lato, il timore per l’inflazione e i prezzi troppo alti negli scaffali americani; dall’altro, il ragionamento – scritto dallo stesso Trump – che molti di questi beni non possano essere prodotti negli Stati Uniti in quantità sufficienti per soddisfare la domanda interna.
Secondo la Casa Bianca, la decisione deriva anche da negoziati commerciali in corso con alcuni Paesi partner. In pratica, Trump modifica la propria politica dei “dazi reciproci” (che potevano arrivare dal 10% al 50%) per esentare quei beni ritenuti strategici perché l’America ne ha bisogno ma non li produce a sufficienza. La mossa è vista da molti come una risposta politica al caro spesa: i consumatori statunitensi avevano denunciato rincari significativi, e il dietrofront può essere interpretato come un modo per attenuare il malcontento.
Alla domanda se queste esenzioni dai dazi avvantaggino l’export agroalimentare umbro, la risposta è: poco o nulla. Ecco alcune premesse: secondo Cia-Agricoltori Italiani, l’agroalimentare umbro ha un’esposizione di 85,47 milioni di euro verso gli Usa. Il rapporto di Perugia Tomorrow evidenzia che olio e vino sono tra i prodotti umbri più vulnerabili ai dazi statunitensi. Secondo l’Agenzia Umbria Ricerche (Aur), nel 2024 l’export americano ha fatto registrare una crescita (+9,8%), ma l’agroalimentare rappresenta “solo” il 7,8% del totale delle esportazioni umbre verso gli States. Dai dati Aur, inoltre, emerge che il vino umbro destinato agli Stati Uniti vale tra i 10 e i 15 milioni di euro. Molti dei beni su cui Trump ha fatto retromarcia non coincidono con i prodotti simbolo dell’export agroalimentare umbro (vino, olio, tartufi). Nell’elenco dell’ordine esecutivo compaiono soprattutto alimenti che l’America non produce o produce poco (caffè, frutta tropicale, noci, pomodori), ma non vino Dop, olio extravergine o tartufi. Questo significa che la marcia indietro sui dazi riguarda beni per i quali gli Usa dipendono dalle importazioni, ma non include (o almeno non chiaramente) molti dei prodotti di eccellenza tipici umbri. Non ci sono segnali concreti nei documenti pubblici che Trump stia promuovendo il suo vino domestico per sostituire del tutto il vino importato; la retromarcia non sembra puntare a un’autosufficienza totale, ma piuttosto a un aggiustamento tattico basato su carenza domestica e pressione politica. Inoltre, secondo Legacoop Agroalimentare, gli alcolici europei – incluso il vino – non risultano tra i maggiori beneficiari delle esenzioni annunciate.
La retromarcia di Trump sui dazi alimentari è importante sul piano politico e simbolico, ma non appare come una vittoria per il “Made in Umbria”. I prodotti umbri più esposti all’export negli Stati Uniti — vino, olio, specialità tipiche — non sembrano tra quelli esentati nella lista di oltre 200 alimenti. Lista non immediatamente consultabile nella sua interezza. Secondo il fact sheet della Casa Bianca del 14 novembre 2025, l’ordine esecutivo modifica l’Annex II per esentare oltre 200 classificazioni di prodotti agricoli dal dazio reciproco. Tra i beni esclusi, si trovano caffè e tè, frutta tropicale (come banane e agrumi), succhi di frutta, cacao, spezie, pomodori, carne bovina e alcuni tipi di fertilizzanti.Nel testo aggiornato dell’Annex II (pubblicato dalla Casa Bianca) compaiono codici Htsus a otto cifre che descrivono specifici prodotti esclusi dall’azione tariffaria. Il documento è piuttosto tecnico e non descrive ogni singolo “caffè” o “banana generica”, ma elenca le sottocategorie doganali precise (alcune “nesoi” = not elsewhere specified or included). Il dietrofront di Trump non intacca quindi il nodo principale che interesserebbe l’export umbro: l’insicurezza tariffaria sul segmento agroalimentare di pregio resta, perché non è cambiata la posizione su vino e oli Dop. Le aziende umbre, particolarmente quelle piccole e specializzate, dovranno continuare a fare i conti con il rischio di dazi elevati, anche dopo il gesto simbolico di disgelo sui dazi.
